Archivi categoria: discussione

La guerra ideologica e noi

“La prima vittima quando arriva la guerra è la verità”, pare lo si sapesse già ai tempi di Eschilo, figuriamoci oggi che provocatori e mestatori, oltre al solito cinismo sprezzante dei potenti, hanno a disposizione mezzi e tecniche ipertecnologiche. Tutte le guerre non sono mai state combattute solo per aria mare e terra, sono sempre state affiancate da una capillare guerra ideologica sul terreno e sui mezzi d’informazione, che punta alla disinformazione, o meglio, sulla ridondanza di informazioni sparate a raffica e usa un apparato linguistico estremamente potente, studiato a tavolino e costruito con l’algoritmo. Lo chiamano gamification of war o military-entertainment complex. Nel campo delle immagini, le riprese dei droni, i video delle “precision strikes“, le interfacce termiche hanno un’estetica quasi identica ai videogiochi di guerra come Call of Duty o Arma. Non è un caso che, alcune di queste interfacce, siano state effettivamente progettate da aziende che lavorano anche per il gaming, con l’idea di anestetizzare le menti dei nativi digitali al dolore causato alle persone e ai luoghi da qualunque guerra.

Premessa lunga, ma necessaria per mettere in guardia tutti noi a non cascare nelle trappole delle forze egemoniche fatte per diffondere notizie mirate a rompere la solidarietà dei popoli.

E lo dico a proposito dei curdi, dimenticati dai media quando vengono bombardati dai loro vicini, onorati se muoiono combattendo l’Isis anche per noi, dimenticati quando non servono più e oggi riscoperti da Donald Trump o da Bernard Henry-Levy che sulla Stampa del 2 febbraio, si ricorda dei curdi solo per cercare di attirarli tra le braccia pelose dell’Occidente. Ci proveranno ancora, senza voler capire, con la solita supponenza occidentale, che i popoli del mondo sono stanchi di essere interpretati dal colonialismo anche intellettuale.

Detto ciò mi sembra necessario fare un riassunto della complessa situazione del popolo curdo in quella polveriera che è oggi il Medio Oriente.

I curdi sono oltre i 35 milioni (alcuni milioni dei quali alla diaspora), il resto è diviso, dalla fine dell’impero ottomano, in quattro territori dislocati ai confini della zona dove infuriano i combattimenti e, proprio per questo, l’asse della guerra Usa/Israele vorrebbe coinvolgerli, sobillando e mestando, a morire per loro; o, almeno, cercare di farlo credere a noi. Il “Divide ed impera”, non lo esercitavano solo i romani.

Creare disinformazione e caos è uno degli obbiettivi della guerra, cosa che gli Usa stanno facendo da trent’anni portando la guerra ovunque ci sia il petrolio insieme al suo sodale Israele che vuole realizzare sulla testa dei popoli il suo “sogno” della Grande Israele.

Tornando ai curdi. Non si tratta di figurine da videogioco che entrano in campo quando torna utile a chi tiene in mano il joystick, si tratta di un popolo. Un popolo diviso da cent’anni per la maggior gloria di imperi coloniali del primo novecento in quattro stati diversi: il Kurdistan del Nord, nel sud-est della Turchia, Bakur; il Kurdistan dell’Ovest nel nord della Siria, Rojava; Kurdistan del Sud nel Nord dell’Iraq, Basur; il Kurdistan dell’Est, nel nord-est dell’Iran, Rojhilat.

In ciascuno di questi territori, a maggioranza curda, i curdi si sono dati una dirigenza politica propria, con intenti e forme diverse e non necessariamente convergenti, se pur dialoganti. Nel Basur dominano due formazioni: il PDK, capeggiato dal clan Barzani e il Puk, che fa riferimento al clan Talebani; si tratta di un’area ricca di petrolio, che si gestisce come una sorta di proto-stato. Nel Kurdistan Turco c’è il PKK, fondato da Abdullah Öcalan, nato nel 1978 come movimento di liberazione di formazione marxista ma che, nel tempo, si è profondamente trasformato, elaborando un paradigma originale, il Confederalismo democratico, che rigetta l’idea stessa di Stato-nazione, riconosciuto come la forma politica in cui si esprime il neoliberalismo e indistricabile dal nazionalismo e dal patriarcato. Un processo che ha portato nel 2025 allo scioglimento del Pkk, alla consegna simbolica di trenta kalashnikov, come dimostrazione di buona volontà per avviare un solido processo di pace con la Turchia in cambio del riconoscimento ai curdi del diritto di sviluppare nella propria area autonoma il Confederalismo democratico. Cioè: collaborazione paritaria tra etnie, religioni, generi, libertà e centralità delle donne, ecologia ed etica, diritto all’autodifesa. Un pensiero questo che ha trovato la sua espressione materiale nel territorio del Rojava, adesso messo a repentaglio dal governo di Damasco. Il PJAK, il partito curdo in Iran, segue la stessa visione elaborata da Öcalan, adattandola alla tesa situazione in atto in Iran; ad esempio, non ha consegnato le armi.

Questa sintetica ricapitolazione per spiegare che pensare che Öcalan e Barzani siano la stessa cosa e reagiscano nello stesso modo agli avvenimenti in corso sarebbe come dire che Antonio Gramsci e Antonio Segni avevano la stessa visione sulla società perché erano sardi. Questo per dire che i curdi sono una realtà composita e come tali vanno interpretati.

Adesso vorrei centrarmi sul movimento curdo rivoluzionario che riconosce come suo teorico Abdullah Öcalan, dal 1999 incarcerato in isolamento nell’isola turca di Imrali. Da tempo andava avvisando che la Terza guerra mondiale sarebbe scoppiata in Medio Oriente e gli aventi odierni gli hanno dato tragicamente ragione. Dopo che Israele ha sostituito la Turchia nel progetto Usa di controllo dell’area, l’obiettivo dell’Asse Usa/Israele era portare la guerra all’Iran e trascinare curdi e arabi nel conflitto. Contro i piani imperiali delle potenze egemoni però, quando il governo a vocazione jiahadista della Siria ha attaccato il Rojava, la gente è uscita in massa per le strade in difesa dell’Amministrazione autonoma contro i piani delle potenze mondiali e locale che intendevano eliminare il movimento e il suo progetto rivoluzionario, oltre a neutralizzare l’Iran e a marginalizzare le donne. Öcalan, prevedendo una operazione sanguinaria stile Gaza, è stato determinante nel decidere di portare avanti il percorso di pace intrapreso da tempo. Una pace instabile, con regole ancora tutte da definire, ma da difendere essendo l’unica possibilità per imbrigliare al-Jolani.

Nella zona curda dell’Iran (Rojhilat, Kurdistan dell’est) il movimento curdo prevalente si riconosce nel PJAK che ha come progetto politico il Confederalismo democratico, non nazionalista, chiede di esercitare una forma di autonomia che nasce dal basso, pone al centro la libertà delle donne e il diritto all’autodifesa.

A fine febbraio 2026, dopo otto mesi di incontri, prima, quindi, dell’inizio della guerra Usa/Israeliana, una riunione dei principali partiti e movimenti curdi in Iran ha dato vita a una coalizione, annunciata da un luogo non divulgato nel Kurdistan iracheno. La coalizione riunisce cinque partiti: il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), il Partito della Vita Libera in Kurdistan (PJAK), il Partito Democratico del Kurdistan – Iran (PDKI), l’organizzazione Xebat e una fazione del movimento comunista Komala. È una coalizione di soggettività politiche diverse, il PDKI, fa riferimento a Barzani che controlla la regione irachena di Erbil. Xebat e Kemala, sono quel che resta del partito comunista che ha lottato nel 1979 contro Reza Palhevi, Kemala, nel tempo, si è spostato su posizioni più socialdemocratiche. Il PAK è un partito nazionalista, e non è chiaro se abbia avuto o meno relazioni con Israele e gli Usa, ma in questa guerra ha dichiarato di non voler sostenere l’intervento di forze esterne e nemmeno sostenere l’Iran. Non è allineato con il Confederalismo democratico. Il PJAK fa riferimento al confederalismo democratico ispirato da Abdullah Öcalan e alla rivoluzione delle donne, come già detto, e, a suo tempo, hanno dichiarato che la coalizione non ha alcun rapporto con Washington. Peyman Viyan, co-presidente del PJAK, ha recentemente affermato: “I curdi in Iran non sono separatisti come sostiene il regime. Il popolo curdo è quello attualmente più organizzato in Iran. Siamo a favore di un’amministrazione condivisa che possa essere discussa e formulata, non di un conflitto. Allo stesso tempo, manteniamo l’autodifesa”. Qualche giorno fa è uscita una dichiarazione del Partito per la Vita Libera del Kurdistan (PJAK) che invitava la popolazione a “rafforzare il proprio spirito di unità e cooperazione sociale, a formare comitati locali per la difesa e i servizi alla comunità e ad essere pronti ad affrontare le conseguenze della guerra e delle politiche della Repubblica Islamica”. Ha esortato i giovani “ad assumere un ruolo guida, a partecipare alla formazione politica e di difesa e a diventare uno scudo protettivo per la comunità”. Ha incoraggiato le persone e le loro famiglie a “stare lontano dai centri militari e di sicurezza del regime per proteggersi da potenziali attacchi”. Ha anche chiesto agli attivisti che “si sono allontanati dal partito di riconnettersi con le sue fila e di riprendere a partecipare alle attività politiche e sociali”. Sottolineando che il superamento di questa fase difficile è possibile solo attraverso l’unità e la cooperazione di tutte le parti della società.

Cosa vogliono dire questi quattro punti? A me pare che, con questa dichiarazione, abbiano cercato di far capire: all’Iran ferito e in guerra che non faranno il gioco degli Stati uniti e di Israele; ai curdi dell’Iran che non si riconoscono nel PJAK di non cedere all’illusione di uno stato kurdo che il tycoon americano gli fa sventolare davanti come una carota e di ricordarsi che è abitudine dello Zio Sam usare i popoli e poi lasciarli nella merda, come hanno fatto dalla Libia all’Afghanistan o ai tempi del Califfato. Insomma, di non cadere nella trappola della guerra ideologica. Che Israele non è alleato che di sé stesso e ha una strana passione per la guerra. E anche far capire all’Iran che i popoli cercano la pace, ma che l’opzione di morire e basta non è sul tavolo.

Abdullah Öcalan – leader “spirituale” in carcere in isolamento del 1999 – non molto tempo fa poneva a tutti i resistenti del mondo questo interrogativo: “L’assetto globale stabilito all’indomani della Seconda guerra mondiale non è più sostenibile e lo dimostra il modo in cui gli Stati lo stanno ignorando. Nessuno rispetta le istituzioni nate dalle due guerre mondiali. Perché allora dovrebbero essere i colonizzati, i lavoratori e le donne a proteggere l’ordine che li opprime e che vorrebbero abbattere?”. Incita a non cedere alla depressione o allo scannarsi a tavolino per decidere chi ha la linea più “pura”, ma di incominciare a guardare questi tempi di grande disordine come “l’età della speranza” e mettere tutte le energie nel confederalismo e nell’autonomia democratica applicata in ogni luogo della vita sociale senza distinzioni di classe, etnia, sesso, religione. Società armoniose capaci di agire politicamente dal basso, di prendere decisioni collettive, di superare i conflitti e di autodifendersi, capaci, insomma, di creare un modello di vita alternativo allo Stato. È questo il paradigma intuito da Öcalan e implementato dalle donne curde che fonda la sua autenticità sulla continua vivificazione della società morale e politica e che ha come centro motore la libertà delle donne. Non è solo un cambio di paradigma politico, ma un cambio delle coscienze, è una critica radicale alla società che ha scavato nel profondo del soggetto uomo, smascherando la tossicità del virilismo che si annida anche nei neuroni di molti rivoluzionari. È demoliamo nei fatti la guerra ideologica che ci istiga a credere che la collaborazione fra i popoli sia impossibile per praticare quell’idea di accoglienza dell’altro inscritta nel corpo stesso delle donne.

Rosella Simone

La soluzione e’ interna al problema

Una rotta possibile

al destino dello spettatore non puo’ sottostare, l’animo inquieto. per quel fuoco che gli arde dentro

L’arte della simulazione e dello spettacolo proiettano sul mondo l’ombra del falso e a questo la gran maggioranza della popolazione ha fatto il callo. Ma non pare ai nostri occhi un valido motivo per gettare la spugna nel tentativo di risollevare le sorti compromesse di un’umanita’ alla deriva.

La visione economicista che trascende nel virtuale ogni bisogno ed aspettativa di vita reale impegna da tempo l’umanita’ in una logorante corsa per la sopravvivenza. Presi dalla contingenza delle necessita’ e dalla risacca -o arretramento- della stagione della lotta, continuiamo imperterriti a commettere gli stessi errori, fare le stesse analisi sbagliate, ritrovarci sempre al punto di partenza, reiterare gli stessi circoli chiusi: avvalorando cosi’ l’idea di agire come servo-meccanismi, circuiti malamente integrati.

Occorre ripartire da se stessi, e dalla propria idea di scelta, sapendo che scegliere implica rinunciare a qualcosa. Scegliamo di rinunciare alla comodita’ del meccanismo della delega, della subordinazione, del contratto di lavoro, alla comodita’ dell’adesione ai meccanismi che fanno di te massa. Scegliamo l’individuo come l’ultimo soggetto in grado di opporsi all’omologazione.

Le scelte implicano conseguenze, e la prima tra esse che ci viene in soccorso e’ il ritornare sugli stessi tracciati gia’ percorsi -ed abbandonati- da milioni di nostri simili con la voglia di dargli nuova vita, e nuove ripartenze. Ripercorriamo a ritroso le tappe della storia, arricchendole delle conoscenze acquisite in questo ritorno dal futuro, cercando di far si che la storia possa ritornare in moto. Ponendoci il piu’ lontano possibile dai beccamorti della fine della storia.

E’ un viaggio teso a ritrovare familiarita’ con quei costrutti che hanno costruito le basi dell’organizzazione sociale, a riscoprirne la validita’, prima che la forma-stato assumesse quel carattere totalitario destinato a tipizzare le “moderne democrazie”.

Tappe di questo percorso saranno la reinterpretazione dei concetti di comunita’ e mutuo soccorso.

Partiamo dalla creazione di un Consorzio (Interno) di Cooperative Agricole e Produzione Lavoro.

Perche’ un consorzio?

Una risposta semplice e’ che consorziarsi permette alle varie cooperative di estendere una rete di relazioni mantenendo al contempo le proprie specificita’.

Individuate delle necessita’ comuni, il consorzio puo’ trovare le forme piu’ consone per affrontarle.

Pensando alla gestione amministrativo/contabile, il consorzio potrebbe fornire ai propri associati assistenza/consulenza, o -avendone le forze- organizzare la gestione burocratico/amministrativa delle consorziate, fornendola come servizio in supporto alle stesse.

Il consorzio puo’ essere costituito in due tipologie: consorzio interno o consorzio esterno. Abbiamo scelto il consorzio interno perche’ non ha formalita’ particolari per essere costituito, e neanche obblighi di registrazione presso l’agenzia delle entrate. Agisce solo nei confronti dei soci e non e’ un soggetto con personalita’ giuridica. Non puo’, ad esempio, prendere appalti a proprio nome.

Insieme al consorzio, nell’ecosistema che vorremmo costituire c’e’ anche una rete di societa’ di mutuo soccorso. Fino a 50.000 euro di capitale gestito da una SMS e in assenza di gestione di fondi sanitari integrativi del SSN, non vi sono obblighi di registrazione con l’agenzia delle entrate. Per inciso, lo stato garantisce alle SMS la gestione di fondi sanitari autonomi dal SSN.

Con una rete di SMS che affianca il consorzio potremo dare luogo ad una copertura sanitaria assistenziale per i soci del consorzio per i casi di infortunio o malattia a cui l’INAIL non da’ copertura:

un tentativo di sormontare l’enorme divario, nell’ambito delle tutele, che separa i lavoratori autonomi da quelli subordinati. Cercando in tale modo di superare l’attuale status quo, in cui la malattia per un lavoratore autonomo rappresenta un lusso che non ci si puo’ permettere.

Ridare dignita’ alle Arti e ai Mestieri, fuori dalla logica del corporativismo.

Creare un tessuto solidale e di mutuo soccorso.

Creare agibilita’ formale e sostanziale ad un percorso che coniughi teoria e pratica sociale.

Abbandono del pilastro-cardine su cui si e’ edificata l’intera societa’ industriale, ovvero il lavoro salariato. E delle ideologie che lo riformano continuamente.

Societa’ mutuo soccorso

Patto sociale di mutuo soccorso degli aderenti alla lega operai e contadini insubordinati

Organizzazione di una mutualita’ assistenziale nella forma originaria delle societa’ di mutuo soccorso, ovvero assumendosi il rischio e non esternalizzando a broker assicurativi il reperimento dei fondi necessari a coprire i costi dell’assistenza ai soci: il vecchio paradigma di una mutualita’ che non vuole tradire la radice del conflitto con il sistema affaristico dominante.

Coltivare insieme percorsi di autonomia implica, raggiunto un certo livello di maturita’, l’affrontare l’ambito del mutuo soccorso.

Ci si puo’ trovare spiazzati nell’ambito sanitario, quando si esce dai rigidi paletti dell’assistenza fornita dall’inail (ovvero la copertura esclusiva degli incidenti occorsi sul lavoro); o di essere impossibilitati a lavorare per le cause piu’ svariate, come successo con l’imposizione di segregazioni e confinamenti sanitari; o in difficolta’ per cause di altra natura.

E’ li che aver costituito una rete fiduciaria fa la differenza. Le societa’ di mutuo soccorso nascevano per mettere i lavoratori in grado di far fronte comune alle avversita’. Furono sciolte in epoca fascista per la loro attivita’ politica (sono state le societa’ di mutuo soccorso a dare origine alla camera del lavoro, e ai sindacati che ne avrebbero poi tradito integralmente le premesse) e sono state successivamente reintrodotte ma nella versione esclusivamente solidaristica, l’unica compatibile con la politica del rimpastone social-democratico che aveva tra i suoi punti fermi quel continuo esautorare ogni spinta politica non tesa alla conciliazione. A noi ricucire i fili spezzati … in vista di ulteriori possibili inasprimenti, tesi a limitare l’agibilita’ sociale di chi si ostinera’ a non prestare il fianco alla normalizzazione delle pratiche extra-legali, in atto da tempo nelle alte sfere della dirigenza e del paraStato.

Cantiere aperto “cercansi medici & operatori sanitari preferibilmente disorganici al sistema sanitario nazionale, per affrontare insieme le pandemie del futuro”

In via iniziale sceglieremo la strada piu’ semplice, ovvero quello della costituzione di una societa’ di mutuo soccorso che non costituisce fondi integrativi sanitari, per il semplice motivo che fino a 50.000 euro di contributi dei soci non ha obbligatorieta’ di iscrizione al registro delle imprese, e che potra’ dunque esercitare il proprio mutualismo entro quel limite. Poi si vedra’.

Segue una carrellata di riferimenti di legge e normative relative alla costituzione di Societa’ di mutuo soccorso.

Società di mutuo soccorso, cos’è

Potremmo definire le società di mutuo soccorso come delle organizzazioni costituite da persone, caratterizzate da finalità non di lucro. Queste organizzazioni si associano e conferiscono un contributo economico allo scopo principale di ottenere prestazioni di assistenza e sussidi, in particolari casi di bisogno. Questi ultimi sono regolamentati in modo specifico, secondo la normativa vigente.

Le società di mutuo soccorso sono dunque organizzazioni che promuovono il concetto e la cultura di mutua e mutualità: quest’ultima rappresenta infatti un valore universale della società e della vita comune degli uomini.

Ecco di seguito le principali caratteristiche di una società di mutuo soccorso:

  • Sono enti di beneficenza, senza scopo di lucro: queste organizzazioni nascono storicamente per affermare nella società un diritto universale, sostenuto dalla carità e dalla beneficenza. I soci di queste società sono tenuti al versamento di una quota o contributo annuo. L’entità di quest’ultimo sarà determinato dalla tipologia di prestazioni sottoscritte. La somma globale di tutti i contributi rappresenterà il patrimonio della società: parte del patrimonio verrà utilizzato per sostenere un singolo socio che si trova nelle necessità di bisogno, ovviamente sulla base di una serie di regole condivise
  • Sono aperte a tutta la collettività, secondo i rispettivi statuti: queste società non selezionano o discriminano i soci, per condizioni individuali o soggettive. Gli enti potranno semplicemente adottare delle regole di carattere generale, per garantire la sostenibilità del progetto societario e disincentivare associazioni con finalità opportunistiche.
  • Escludono ogni tipo di remunerazione di capitale: in queste società non vi sono azionisti da retribuire, ma solamente soci da sostenere in caso di bisogni indicati espressamente dal regolamento.
  • Garantiscono ad ogni socio l’assistenza a vita: il rapporto di associazione è esclusivamente volontario e non potrà essere interrotto unilateralmente da parte della società (per limiti di età, aggravamento del tasso di rischio, ovvero quando per ragioni di malattia, a volte anche cronica, il socio ricorrerà frequentemente al rimborso delle spese sanitarie o prestazioni
  • Non svolgono attività di impresa commerciale e non applicano il trasferimento del rischio: queste società operano esclusivamente in virtù del proprio principio solidaristico della ripartizione degli oneri. Il rapporto di mutuo soccorso rappresenta infatti un patto tra persone, regolato da vantaggi e obblighi specifici
  • Promuovono la partecipazione alla vita associativa: quest’ultima è improntata sulla conoscenza delle regole comuni, sulla assoluta trasparenza delle decisioni prese, e ancora sulla formazione e l’educazione. Gli amministratori di queste società dovranno sempre garantire ai propri soci la massima trasparenza degli atti e di ogni forma di rendicontazione. Tutti i soci potranno partecipare in modo democratico ai rispettivi organi societari, alla loro designazione, e ancora a tutte le scelte strategiche prese dalla società di mutuo soccorso, mediante lo strumento del voto.

Differenza tra polizze di mutuo soccorso e assicurazioni sanitarie

La principale differenza sostanziale tra un’assicurazione sanitaria e una polizza di mutuo soccorso è rappresentata dal fatto che quest’ultima non opera con scopo di lucro. In qualsiasi forma di assicurazione sanitaria privata vi è invece scopo di lucro da parte della compagnia di assicurazione: i relativi rischi verranno ripartiti tra gli assicurati, tenendo conto dei premi che verranno pagati dagli assicurati stessi.

In una società di mutuo soccorso, i rischi individuali verranno invece trasferiti sulla rispettiva base collettiva costruita. Per tale ragione non vi sarà alcun profitto, aspetto che invece caratterizza i contratti di assicurazioni privati a premio.

In una società di mutuo soccorso, il rapporto associativo sarà espressione di volontà individuale di singole persone, volontà collettiva (non contrattualizzata) di gruppi di lavoratori e da ultimo di volontà mediata da una contrattazione. Per quest’ultima si intende il compito della società di mutuo soccorso di rappresentare una sorta di ponte di congiunzione tra la società civile e il mondo del lavoro.

Da ultimo è importante precisare che la normativa vigente in materia di sanità integrativa riconosce le società di mutuo soccorso come fonti istitutive e gestori di fondi sanitari integrativi del Ssn.

Legge 15 aprile 1886, n. 3818

(Gazz. Uff. 29 prile 1886, n. 100)

Costituzione legale delle società di mutuo soccorso

Per le integrazioni alla presente, vedi anche la Legge 22 ottobre 1986, n. 742 “ Nuove norme per l’esercizio delle assicurazioni private sulla vita” Legge abrogata dall’articolo 354 del D.lgs. 7 settembre 2005, n, 209 Codice delle Assicurazioni private.

Articolo 1

Le società di mutuo soccorso conseguono la personalità giuridica nei modi stabiliti dalla presente Legge. Esse non hanno finalità di lucro, ma perseguono finalità di interesse generale, sulla base del principio costituzionale di sussidiarietà, attraverso l’esclusivo svolgimento in favore dei soci e dei loro familiari conviventi di una o più delle seguenti attività:
a) erogazione di trattamenti e prestazioni socio-sanitari nei casi di infortunio, malattia ed invalidità al lavoro, nonché in presenza di inabilità temporanea o permanente;

b) erogazione di sussidi in caso di spese sanitarie sostenute dai soci per la diagnosi e la cura delle malattie e degli infortuni;

c) erogazione di servizi di assistenza familiare o di contributi economici ai familiari dei soci deceduti;

d) erogazione di contributi economici e di servizi di assistenza ai soci che si trovino in condizione di gravissimo disagio economico a seguito dell’improvvisa perdita di fonti reddituali personali e familiari e in assenza di provvidenze pubbliche.
Le attività previste dalle lettere a) e b) possono essere svolte anche attraverso l’istituzione o la gestione dei fondi sanitari integrativi di cui aldecreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e successive modificazioni.

Articolo 2
Le società possono inoltre promuovere attività di carattere educativo e culturale dirette a realizzare finalità di prevenzione sanitaria e di diffusione dei valori mutualistici.
Le società di mutuo soccorso non possono svolgere attività diverse da quelle previste dalla presente legge, né possono svolgere attività di impresa.

Salvi i casi previsti da disposizioni di leggi speciali, compreso quello relativo alla istituzione e gestione dei fondi sanitari integrativi, le attività di cui al primo comma dell’articolo 1 sono svolte dalle Società nei limiti delle proprie disponibilità finanziarie e patrimoniali.

Articolo 3

La costituzione della società e l’approvazione dello statuto debbono risultare da atto notarile, salvo il disposto degli artt. 11 e 12 di questa legge, sotto l’osservanza dell’art. 136 del codice di commercio.

Lo statuto deve determinare espressamente:

La sede della società;

I fini per i quali è costituita;

Le condizioni e le modalità di ammissione e di eliminazione dei soci;

i doveri che i soci contraggono, e i diritti che acquistano;

Le norme e le cautele per l’impiego e la conservazione del patrimonio sociale;

Le discipline alla cui osservanza è condizionata la validità delle assemblee generali, delle elezioni e delle deliberazioni;

L’obbligo di redigere processo verbale delle assemblee generali, delle adunanze degli uffici esecutivi e di quelle del comitato dei sindaci;

La formazione degli uffici esecutivi e di un comitato di sindaci colla indicazione delle loro attribuzioni;
La costituzione della rappresentanza della società, in giudizio e fuori;

Le particolari cautele con cui possono essere deliberati lo scioglimento, la proroga della società e le modificazioni dello statuto, sempreché le medesime non siano contrarie alle disposizioni contenute negli articoli precedenti.

Possono divenire soci ordinari delle società di mutuo soccorso le persone fisiche. Inoltre, possono divenire soci altre società di mutuo soccorso, a condizione che i membri persone fisiche di queste siano beneficiari delle prestazioni rese dalla Società, nonché i Fondi sanitari integrativi di cui all’ articolo 2 in rappresentanza dei lavoratori iscritti. È ammessa la categoria dei soci sostenitori, comunque denominati, i quali possono essere anche persone giuridiche. Essi possono designare sino ad un terzo del totale degli amministratori, da scegliersi tra i soci ordinari.

Articolo 4

La domanda per la registrazione della società sarà presentata alla cancelleria del tribunale civile insieme a copia autentica dell’atto costitutivo e degli statuti.

Il tribunale verificato l’adempimento delle condizioni volute dalla presente legge, ordina la trascrizione e l’affissione degli statuti nei modi e nelle forme stabilite dall’articolo 91 del codice di commercio.

Adempiute queste formalità, la società ha conseguita la personalità giuridica e costituisce un ente collettivo distinto dalle persone dei soci.

I cambiamenti dall’atto costitutivo o dello statuto, non avranno effetto fino a che non sieno compiute le stesse formalità prescritte per la prima costituzione.

Articolo 5

Gli amministratori di una società debbono essere iscritti fra i soci effettivi di essa.
Essi sono mandatari temporanei revocabili senza obbligo di dare cauzione, salvo che sia richiesta da speciale disposizione degli statuti;

Essi sono personalmente e solidalmente responsabili:

Dell’adempimento dei doveri inerenti al loro mandato;

Della verità dei fatti esposti nei resoconti sociali;

Della piena osservanza degli statuti sociali.

Tale responsabilità per gli atti di omissione degli amministratori, non ricadrà sopra quello di essi che avesse fatto notare senza ritardo il suo dissenso nel registro delle deliberazioni dandone notizia immediata per iscritto ai sindaci.

Non sarà responsabile nemmeno quell’amministratore che non abbia preso parte per assenza giustificata, alla deliberazione da cui la responsabilità scaturisce.
Oltre alla responsabilità civile, gli amministratori, direttori, sindaci o liquidatori della società di mutuo soccorso, che abbiano scientemente enunciato fatti falsi sulle condizioni della società o abbiano scientemente in tutto o in parte nascosti fatti riguardanti le condizioni medesime nei rendiconti, nelle situazioni patrimoniali od in relazioni rivolte all’assemblea generale od al tribunale saranno puniti colla pena di lire 20.000, salvo le maggiori stabilite dal codice penale.

Articolo 6

Quando siavi fondato sospetto di grave irregolarità nell’adempimento degli obblighi degli amministratori o dei sindaci delle società di mutuo soccorso, registrate in conformità di questa legge, i soci in numero non minore del ventesimo di quelli iscritti nella società, possono denunziare i fatti al tribunale civile.

Questo, ove trovi fondata l’accusa provvederà in conformità al disposto dell’art. 153 del codice di commercio, meno per la cauzione dei richiedenti.

Articolo 7

Qualora una società di mutuo soccorso contravvenisse all’art. 2 della presente legge, il tribunale civile sulla istanza del pubblico ministero o di alcuno dei soci, la inviterà a conformarvisi entro un termine non maggiore di quindici giorni.
Decorso inutilmente questo termine il tribunale civile, dietro citazione della rappresentanza della società, ordinerà la radiazione della stessa dal registro delle società legalmente costituite.

Articolo 8

I lasciti o le donazioni che una società avesse conseguito o conseguisse per un fine determinato ed avente carattere di perpetuità, saranno tenuti distinti dal patrimonio sociale, e le rendite derivanti da essi dovranno essere erogate in conformità della destinazione fissata dal testatore o dal donatore.

Se la società fosse liquidata, come pure se essa perdesse semplicemente la personalità giuridica, si applicheranno a questi lasciti e a queste donazioni le norme vigenti sulle opere pie.
In caso di liquidazione o di perdita della natura di società di mutuo soccorso, il patrimonio è devoluto ad altre società di mutuo soccorso ovvero ad uno dei Fondi mutualistici o al corrispondente capitolo del bilancio dello Stato ai sensi degli articoli 11 e 20 della legge 31 gennaio 1992, n. 59.

Articolo 9

Le società di mutuo soccorso registrate in conformità alla presente legge, godono:
1. L’esenzione dalle tasse di bollo e registro conferita alle società cooperative dall’art. 228 del codice di commercio;

2. La esenzione dalla tassa sulle assicurazioni, e dall’imposta di ricchezza mobile come all’art. 8 del testo unico delle leggi d’imposta sui redditi della ricchezza mobile 24 agosto 1877, n. 4021;

3. La parificazione alle opere pie pel gratuito patrocinio, per la esenzione dalle tasse di bollo e registro e per la misura dell’imposta di successione o di trasmissione per atti tra vivi;
4. La esenzione di sequestro e pignoramento dei sussidi dovuti dalle società ai soci.

Articolo 10

Le società registrate dovranno trasmettere al Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato per mezzo del sindaco del comune in cui risiedono, una copia dei propri statuti e del resoconto di ciascun anno. Dovranno pure trasmettere allo stesso ministero le notizie statistiche, che fossero ad esse domandate.

Articolo 11

Le società di mutuo soccorso già esistenti al momento della promulgazione della presente e già erette in corpo morale, per ottenere la registrazione e i vantaggi da essa conseguenti, dovranno farne domanda, riformando, se occorre, il proprio statuto in conformità dell’articolo 3 di questa legge.

Articolo 12

Le società già esistenti al momento della promulgazione della presente legge, e non riconosciute come corpi morali, il cui statuto sia conforme alle disposizioni dei precedenti articoli 1, 2 e 3, presenteranno unitamente alla domanda di registrazione, una copia autentica di esso, restando dispensate da ogni formalità di costituzione sociale.
Le società pure esistenti al momento della promulgazione di questa legge, il cui statuto non sia conforme ai suddetti articoli, saranno anche esse dispensate dalle formalità di costituzione, ma dovranno riformare lo statuto stesso in assemblea generale espressamente convocata. Unitamente alla domanda di registrazione, esse presenteranno una copia autentica dello statuto così riformato, ed una copia del processo verbale dell’assemblea, nella quale furono approvate le riforme.

Le attività e passività di tali società dovranno essere nel termine di mesi sei trasferite nel nome del nuovo ente collettivo e per gli atti a tale scopo necessari, verrà applicata l’esenzione di cui all’articolo 9.

© Avv. Gianluca Lanciano 2006-2025 MioLegale.it ® Note Legali e Privacy

Fondi sanitari e integrativi: l’evoluzione della normativa

di Fabio Florianello

Analisi, studi, report e convegni. I Fondi Sanitari Integrativi sono al centro di grande interesse e non solo economico. Ma anche di grande confusione. Ecco il punto sulla normativa che li riguarda

08 SET – Fin dalla legge n. 833/1978, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, il Legislatore si è reso conto delle eterogenee realtà di assistenza privata e volontaria riconoscendo al cittadino la possibilità di fare ricorso ad una “integrazione” delle prestazioni erogate dal sistema pubblico non solo attraverso il ricorso diretto al mercato sanitario, ma anche mediante la partecipazione alla mutualità volontaria (Legge 833/1978, art. 46: “La mutualità volontaria è libera…”).

Tuttavia, per avere una vera e propria norma occorre attendere il D.Lgs. 502/1992 che all’articolo 9 istituisce per la prima volta i cosiddetti fondi sanitari integrativi quali “forme differenziate di assistenza”.

Il fine perseguito era di porre le basi per un “secondo livello di assistenza sanitaria” in grado di rappresentare una significativa “integrazione” alle forme assistenziali erogate dal S.S.N.

Con il D.Lgs. 517/1993, all’art. 10, vengono in seguito descritte le prestazioni che potevano essere erogate da un fondo sanitario integrativo. Tali prestazioni, definite come “aggiuntive” rispetto a quelle fornite dal SSN, avrebbero dovuto avere ulteriore specificazione in un decreto ministeriale la cui promulgazione era prevista entro 120 giorni dall’entrata in vigore del d.lgs. n. 517 del 1993. La mancata emanazione di tale decreto ha impedito che la normativa trovasse una chiara applicazione.


Il Legislatore è quindi tornato sulla materia dei fondi sanitari con la riforma ter o riforma Bindi (D.Lgs n. 229/99) in attuazione della legge delega n. 419 del 1998). Tale provvedimento modifica l’articolo 9 del D.Lgs. 502/1992 introducendo la “tipologia” dei fondi integrativi del Servizio Sanitario Nazionale, i cosiddetti fondi “doc”, il cui fine è quello di preservare le caratteristiche di solidarietà e universalismo della sanità pubblica e allo stesso tempo incoraggiare la copertura di servizi integrativi con prestazioni eccedenti i LEA attraverso l’assistenza privata.

I fondi integrativi “doc” vengono pensati come complementari alla sanità pubblica, permettendo di garantire una copertura su base collettiva per tutte le prestazioni non garantite dal SSN o che sono anche solo parzialmente a carico delle famiglie. Tali fondi sono caratterizzati da tre elementi: (i) non selezione dei rischi sanitari; (ii) non discriminazione nei premi da pagare; (iii) non concorrenza con il Servizio Sanitario Nazionale (o meglio “concorrenza limitata” in quanto possono offrire prestazioni sostitutive purché svolte esclusivamente nell’ambito della libera professione intramuraria).

Contestualmente vengono definiti “non doc” i fondi che non hanno l’obbligo di rispettare i vincoli appena elencati e che quindi possono offrire anche prestazioni sostitutive rispetto a quelle del servizio pubblico ricadenti nei Livelli Essenziali di Assistenza.

Il comma 2, art. 9, D.Lgs. 229/1999 prevede che un fondo di “nuova istituzione” possa essere definito “doc” soltanto qualora indichi espressamente nella propria denominazione la definizione “integrativo del Servizio Sanitario Nazionale”. È fatto quindi divieto di utilizzare tale espressione con riferimento a fondi istituiti per finalità diverse da quelle proprie dei fondi tipizzati dal decreto 229/1999.

 Il D.M. Turco del 31 marzo 2008, dopo quasi dieci anni, rappresenta il primo provvedimento normativo che riconosce espressamente l’esistenza dei fondi diversi da quelli tipizzati dal D.Lgs. 229 consentendo il superamento della definizione “fondi non doc”, indicandoli come “enti, casse, società di mutuo soccorso aventi esclusivamente fine assistenziale” e, al contempo, individuando sia il loro ambito di intervento, sia quello dei Fondi Sanitari Integrativi del SSN.

In particolare, l’articolo 1 del suddetto decreto estende gli ambiti di intervento dei fondi ex articolo 9 d.lgs. n. 502 del 1992 (integrativi) nei limiti in cui non siano ricompresi nei LEA:
(i) prestazioni sociosanitarie; (ii) spese sostenute dall’assistito per le prestazioni sociali erogate nell’ambito dei programmi assistenziali intensivi e prolungati finalizzati a garantire la permanenza a domicilio ovvero in strutture residenziali o semiresidenziali delle persone anziane e disabili; (iii) prestazioni finalizzate al recupero della salute di soggetti temporaneamente inabilitati da malattia o infortunio per la parte non garantita dalla normativa vigente; (iv) prestazioni di assistenza odontoiatrica non comprese nei livelli essenziali di assistenza per la prevenzione, cura e riabilitazione di patologie odontoiatriche.


Ulteriore novità riguarda l’istituzione dell’Anagrafe dei fondi sanitari presso il Ministero della Salute in cui sono censiti tutti i fondi sanitari integrativi del S.S.N. nonché gli enti, casse, società di mutuo soccorso aventi fine esclusivamente assistenziale
 

L’ultimo intervento normativo in materia di assistenza sanitaria integrativa è il D.M. del 27 ottobre 2009 (Decreto Sacconi) che modifica e integra il Decreto Turco al fine di rilanciare i fondi integrativi distinguendoli da Enti, Casse e Società di mutuo soccorso, specificandone ulteriormente ambiti di applicazione, procedure e modalità di funzionamento: i) Fondi Sanitari Integrativi del Servizio sanitario nazionale, istituiti o adeguati ai sensi dell’art. 9 del decreto legislativo 20 dicembre 1992, n. 502 e s.m.i.; ii) Enti, Casse e Società di Mutuo Soccorso aventi esclusivamente fine assistenziale, di cui all’art. 51, comma 2, lettera a), del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni.

 Attualmente il sistema dei Fondi sanitari è caratterizzato dalla distinzione tra “fondi ex art. 9 (Integrativi)” e “enti, casse e società di mutuo soccorso aventi esclusivamente finalità assistenziale”
 
Il Ministero della Salute ha ribadito questa distinzione dal punto di vista civilistico e fiscale e ne ha tracciato una netta linea di demarcazione. La differenza tra i “fondi sanitari integrativi” e gli “enti o casse aventi esclusivamente fine assistenziale” consiste proprio nel fatto che i primi, come detto, sono finalizzati all’erogazione di prestazioni non comprese nei livelli essenziali di assistenza (prestazioni integrative), mentre i secondi possono finanziare anche prestazioni sostitutive rispetto a quelle già erogate dal Servizio sanitario nazionale”.
 
In quest’ottica per chi aderisce a un fondo sanitario integrativo in forma individuale e volontaria (è il caso di pensionati, lavoratori autonomi, liberi professionisti o inoccupati) il contributo di adesione versato dall’iscritto concorre alla formazione del reddito di lavoro dipendente e quindi solo le spese mediche sono detraibili dalle imposte nella misura del 19% per la parte eccedente 129,11 euro.

Diverso il caso, invece, dei lavoratori dipendenti che aderiscono a un fondo previsto da un contratto, accordo o regolamento aziendale. In questo scenario i contributi di assistenza sanitaria versati dal datore di lavoro o dal lavoratore a enti o casse aventi esclusivamente fine assistenziale non concorrono a formare il reddito di lavoro e vanno in deduzione per un importo massimo di 3.615,20 euro.

Tuttavia, alla luce della Normativa attuale e di una chiara regolamentazione, la discussione sui Fondi Sanitari rimane aperta: equivoci tra un regime di prestazioni integrative o sostitutive, frammentazione ed eterogeneità dell’offerta, scarsa attenzione all’appropriatezza, diffusa trascuratezza nei riguardi della cronicità e dell’autosufficienza, agevolazioni fiscali da rivedere costituiscono delle criticità irrisolte. Soprattutto in un clima di sottofinanziamento del Servizio Sanitario Nazionale che finisce per danneggiare entrambi.

 
 
Fabio Florianello

Componente Esecutivo Nazionale ANAAO ASSOMED


08 settembre 2018

© Riproduzione riservata

Contributi associativi versati dai soci alle società di mutuo soccorso ed altre erogazioni liberali: cosa cambia dal 2018

Gianluigi Degan

La legge di riforma del Terzo Settore di cui al D.Lgs. 03.07.2017 n. 117, con l’introduzione dell’art. 83 del Tuir, ha revisionato l’articolato sistema di detrazioni e deduzioni in vigore, razionalizzando le misure agevolative ed ampliandone l’ambito soggettivo. In particolare, al comma 5, ha introdotto anche una nuova detrazione per i contributi associativi versati dai soci alle società di mutuo soccorso.

La riforma ha inteso favorire l’afflusso di beni e risorse finanziarie derivanti da atti di liberalità agli Enti meritevoli del Terzo Settore.

L’efficacia delle norme sarebbe subordinata all’autorizzazione della Commissione Europea ed all’operatività del nuovo Registro, ma il legislatore ha scelto di anticiparne l’entrata in vigore al 01.01.2018 per fornire nuovi e maggiori incentivi agli Enti rispetto alla disciplina previgente.

Vediamo in sintesi le principali novità.

Erogazioni liberali

Profilo soggettivo

La riforma intende superare la distinzione tra Enti commerciali e non commerciali valorizzando lo svolgimento di attività di interesse generale ed il reinvestimento degli utili o avanzi di gestione.

Beneficiari ed ammontare

Persone fisiche:
• detrazione del 30% per erogazioni liberali sia in denaro che in natura (beni) a favore degli Enti del Terzo Settore nel limite di € 30.000 per ciascun anno; l’erogazione in denaro deve avvenire attraverso mezzi tracciabili di pagamento e quella in natura attende l’individuazione dei beni agevolabili da parte di un decreto del Ministero del Lavoro; se l’Ente beneficiario è un’Organizzazione di Volontariato (ODV) la detrazione è incrementata al 35% solo per le erogazioni in denaro rimanendo del 30% per quelle in natura.

Persone fisiche (in alternativa alla detrazione precedente) Enti o società:
• deduzione nel limite del 10% del reddito complessivo con la possibilità, se la deduzione supera il reddito complessivo netto (una volta utilizzate tutte le altre deduzioni), di riportare l’eccedenza in deduzione dal reddito nei quattro anni successi sino a concorrenza del suo ammontare.

Contributi associativi versati dai soci alle società di mutuo soccorso

La riforma introduce una nuova detrazione che va a sostituire quella prevista dall’art. 15, comma 1, lett. i-bis) del Tuir ora abrogata.

Beneficiari ed ammontare

Per i versamenti effettuati dai Soci persone fisiche, Enti o società (prima solo persone fisiche):
• detrazione sempre del 19% per un importo non superiore ad € 1.300 versati ad Enti di mutuo soccorso che operano nei seguenti settori:
a) erogano trattamenti e prestazioni socio-sanitari nei casi di infortunio, malattia ed invalidità al lavoro, nonché in presenza di inabilità temporanea o permanente;
b) erogano sussidi in caso di spese sanitarie sostenute dai soci per la diagnosi e la cura delle malattie e degli infortuni;
c) erogano servizi di assistenza familiare o contributi economici ai familiari dei soci deceduti;
d) erogano contributi economici e servizi di assistenza ai soci che si trovino in condizione di gravissimo disagio economico a seguito dell’improvvisa perdita di fonti reddituali personali e familiari e in assenza di provvidenze pubbliche.

Va infine evidenziato, per quanto previsto dall’art. 83, comma 6, che per fruire dei vantaggi fiscali è necessario che l’Ente beneficiario utilizzi le liberalità ricevute per lo svolgimento dell’attività statutaria ai fini dell’esclusivo perseguimento di finalità civiche solidaristiche e di utilità sociale.

Gianluigi Degan – Centro Studi CGN

Fisco7 è un blog di Unoformat srl, società del Gruppo Servizi CGN srl – Via Jacopo Linussio, 1 33170 Pordenone (PN) – Cap. Soc. Euro 100.000 I.V. P.IVA, CF e Iscr. Reg. Imp. PN 01572650933 R.E.A. 87233 – Tutti i diritti sugli articoli ed i contenuti sono riservati –

Tea? No grazie. non siamo inglesi.

Stiamo preparando un incontro al circolo per Sabato 31 Maggio in cui ci confronteremo sulla questione.

FERMIAMO I NUOVI OGM (TEA) A PARMA ED OVUNQUE.

E’ dagli anni 80 che le grandi corporation portano avanti una campagna per la conquista di una posizione di monopolio nella produzione di cibo
a livello globale. ( L’esatto contrario della politica di ‘filiera corta’ che ogni persona ragionevole si auspica venga incentivata).
Questa operazione che talvolta assume i tratti del conflitto armato si
sviluppa su più livelli:

Il Land Grabbing (1), che vede l’usurpazione di grandi superfici nei
paesi del sud del mondo da parte di vecchie e nuove forze coloniali.
Non pensiamo che questa pratica non ci riguardi. Se in alcune parti del
mondo i terreni fertili e le foreste tropicali vengono convertiti in
colture industriali causando l’annientamento delle comunità e degli
ecosistemi locali questo si ripercuote anche sui nostri territori. In
parte con l’inevitabile afflusso di persone in cerca di un luogo in cui
vivere. Soprattutto per il ben più problematico arrivo di prodotti a
basso costo che impongono alle realtà locali condizioni di concorrenza
insostenibili.

La latifondizzazione (2) : processo di concentrazione dei capitali e
delle superfici agrarie mediante strumenti economico-finanziari, che
vede in tutto l’occidente le aziende familiari dover cedere il proprio
posto ed i propri beni a poche grandi aziende se non alle compagnie
multiazionali. (In Italia dimezzamento delle aziende in 20 anni, in
Europa la metà delle terre coltivate sono gestite dal 3% delle
aziende). In questo processo riveste un ruolo cruciale il sistema di
contributi in agricoltura e l’introduzione di processi high-tech e di
macchinari enormi che favoriscono le grandi aziende che coltivano
grandi superfici. Questi metodi inducono anche la necessità di
“standardizzare’ la produzione. Quindi cloni e monocultura.

La distruzione dei modi di vita tradizionali e la proletarizzazione di
enormi masse contadine: Quello cui assistiamo oggi in Asia, in America
Latina od in Africa con lo spopolamento delle zone rurali e
l’emigrazione di massa verso baraccopoli immense o nazioni
economicamente dominanti è la riproposizione in grande scala di quello
che hanno attraversato i nostri nonni nel corso del ‘900 quando
l’industria alla ricerca di manodopera ha saccheggiato di braccia e di
memoria i monti e le campagne, affamati da secoli di sfruttamento di
stampo feudale. Ogni alluvione ci ricorda il costo di aver etichettato
come ‘improduttivi’ ed abbandonato tutti i luoghi non adatti ad uno
sfruttamento intensivo e meccanizzato. Così come la spessa coltre
violacea che si stende come un mare guardando verso nord dall’appennino
tosco-emiliano è uno dei segni eloquenti dei costi dell’iper-sviluppo
finalizzato al profitto di lobbies finanziarie nazionali e straniere.
Respirare veleno è forse un segno di raziocinio e civiltà (3)? Da
essere persone quasi totalmente autosufficienti ed in grado di
interpretare ed agire nel (proprio) mondo in autonomia, siamo ridotti
ad una massa di soggetti infantilizzati totalmente incapaci di aver
cura di sé e dei propri cari. Con conoscenze così specializzate da
risultare scandalosamente inutili al di fuori di un contesto
professionale. Completamente dipendenti per il soddisfacimento di ogni
bisogno, compresi quelli essenziali, da un sistema di produzione
globalizzato che lascia tutte e tutti alla mercè delle fluttuazioni di
borsa e dei piani di poche, potentissime, spesso clinicamente
psicopatiche, persone. Il Boom economico si è sgonfiato da un pezzo e
noi ci ritroviamo con la guerra di nuovo alle porte, ma con un
territorio, una società, ed una cultura avvelenati da 70 anni di
spettacolo, ciminiere e diserbanti.

Le colture Geneticamente Modificate hanno un ruolo fondamentale in
questo processo di spoliazione di beni comuni, di libertà e di dignità.

Grazie al sistema dei brevetti aggravano la privatizzazione del cibo
fino a sancire la proprietà delle linee genetiche ed imporre i propri
prodotti al mercato. (4)

Sono di soia e mais GM le gigantesche monoculture che devastano regioni
immense (nell’ordine di decine di migliaia di ettari) di tutti i
continenti. Saranno OGM le monocolture italiane, secondo i piani del
CREA e delle lobbies biotech. Ad esempio quella della vite per la
produzione di prosecco e di spumante, quella del pomodoro da industria,
quella del kiwi e del melo o del nocciolo che stanno causando danni
gravissimi ai territori interessati. (5)(6)(7) Per tutte queste specie
(escluso al momento il nocciolo) sono state presentate richieste di
sperimentazione di varietà manipolate con tecniche NGT o TEA. Cui
aggiungere riso, frumento, basilico, melanzane, peri, pompelmi. Un
paniere completo di varietà vegetali ‘Made in laboratorio’.

E’ peculiare il caso di edivite: spin off dell’università di verona
protagonista della sperimentazione in pieno campo di viti geneticamente
modificate. In questa operazione emergono chiaramente due elementi:

Uno dei meccanismi classici con cui si privatizzano i profitti derivati
dalla ricerca pubblica: la creazione di start-up a capitale misto o
completamente privato che sviluppano e commercializzano prodotti
derivati dai risultati della ricerca ‘di base’. (8)

L’attivismo delle istituzioni universitarie nel promuovere campi di
ricerca più dispendiosi e più attrattivi per l’industria a discapito
dell’interesse comune (9); anche la retorica secondo cui il danno
ambientale sarebbe compensato dalla creazione di posti di lavoro e
dalla ridistribuzione della ricchezza è ampiamente smentita da tutti i
dati che hanno visto gli occupati in drastico calo ed i profitti in
continua ascesa. Gli elementi principali per la produzione di margini
di guadagno sempre più rivelanti stanno proprio nell’esternalizzazione
dei costi ambientali e sociali, di cui le aziende non si fanno carico e
nello sfruttamento dei lavoratori. Il nostro paese è tristemente noto
per le forme schiavistiche con cui si organizza il lavoro agricolo
attraverso la figura dei ‘caporali’ che reclutano per le aziende
interessate la manodopera a salari da fame di persone spesso rese
irregolari quindi ricattabili e senza nessuna tutela.

Sono GM i mangimi con cui si ingrassano animali (spesso GM pure loro)
nei lager chiamati allevamenti intensivi. Questi luoghi orrendi
costituiscono, oltre che uno scandalo etico, una eccezionale fonte di
inquinamento ed un inaccettabile serbatoio di super batteri. La
produzione industriale di carcasse è prima di tutto un allevamento
specializzato di batteri resistenti agli antibiotici e di possibili
zoonosi. Il caso dei batteri resistenti, generato dal tentativo
criminale di supplire con la chimica farmaceutica alle condizioni
oscene in cui vengono mantenuti gli animali, oltre ad essere un enorme
problema sanitario è una formidabile dimostrazione di come una politica
produttiva condotta in forma di ‘guerra alla natura’ è destinata a
fallire miserabilmente. I microorganismi si evolvono più velocemente
delle tecniche di laboratorio. Non arriveranno un supercomputer o nuove
tecniche genetiche a cambiare questo semplice fatto. Il passaggio dalla
chimica alla biotecnologia, di cui gli OGM sono uno degli aspetti
chiave, è solo la forma con cui l’industria guidata dalla tecnoscienza
vuol continuare a trarre profitti da territori e da vite già spremuti
al massimo delle possibilità attuali. L’inquinamento del genoma segue
quello già gravissimo di acqua (10), aria e suolo. Ed ovviamente dei
nostri stessi corpi (e del nostro senso critico).

Anche la biotecnologia ha già dato ampiamente prova dei suoi insuccessi
(11).

“La domanda di carne di maiale magra ha portato l’industria suina a
selezionare maiali che non solo soffrono di più di problemi agli arti e
al cuore, ma che sono più soggetti a irritabilità, paura, ansia e
stress. Gli animali troppo stressati preoccupano l’industria perché
l’animale stressato produce più acidi e la qualità della carne ne
risente. Quando il professor Lauren Christian della Iowa state
University annunciò nel 1995 di avere scoperto ‘il gene dello stress’
l’industria lo rimosse dal genoma pensando così di risolvere il
problema. Sfortunatamente i problemi con le carni sono aumentati e i
maiali hanno continuato ad essere così stressati che persino un
trattore che passi vicino ai capannoni in cui sono rinchiusi può
uccidere gli animali.

L’impostazione riduzionistica che descrive una relazione univoca tra
singoli geni e fenomeni complessi come lo ‘stress’ è ormai ampiamente
smentita (12). Questo non ha dissuaso l’industria e la scienza dalle
proprie mire di controllo.” (J.S. Foer, Se niente importa, perché
mangiamo gli animali? Guanda editore)

Altri esempi significativi del fallimento totale dell’ideologia
biotecnologica sono: il mais bt. prodotto aggiungendo tratti genetici
del bacillus thuringensis (un fungo utilizzato come pesticida in
agricoltura biologica). Il risultato è stato quello di rendere alcuni
insetti resistenti alle tossine del bacillus rendendolo oltretutto
inutilizzabile da chi ne faceva un uso corretto. Già 10 anni fa l’EPA
(Environmental Protection Agency) statunitense chiese di limitare l’uso
di mais GM e di intervenire con corrette pratiche agricole, prima su
tutte la rotazione delle colture, per tentare di limitare una invasione
di diabrotica resistente che distruggeva le colture. La stessa
coldiretti, oggi tra i principali sponsor delle TEA, denunciava il
sistematico aumento dell’uso di pesticidi là dove si era imposto l’uso
di varietà ingegnerizzate già nel 1999. Non è in nessun modo
sostenibile, infatti nessuno lo fa al di là degli slogan pubblicitari,
che le ‘nuove’ tecniche di editing genetico risolvano problemi come
quello della resistenza che i patogeni acquisiscono con impressionante
facilità.

Anche le erbe infestanti acquisiscono resistenza agli erbicidi così che
si genera una corsa sfrenata a produrre varietà sempre più modificate
per resistere a dosi sempre maggiori di veleni vecchi e nuovi.

Trenta anni fa ci furono grandi mobilitazioni. Gli sforzi generosi di
chi ha offerto tempo e passione, a rischio della propria sicurezza, per
questa causa, hanno fermato la produzione di OGM in Europa. Ma ecco che
al solito ciò che viene messo alla porta si ripresenta dalla finestra o
torna attrezzato per sfondare tutto ed entrare comunque. Così i TEA non
si presentano a caso accompagnati da una pressante campagna per la
diffusione di impianti nucleari contro cui si sono espressi ben 2
referendum. Impianti indispensabili (in aggiunta alle energie
finto-green che stanno assumendo grande importanza nel bilancio della
distruzione estrattivista in Italia) per la realizzazione
dell’industria 4.0 che vede anche il comparto agricolo ristrutturato a
suon di droni, sensori e centraline satellitari. Referendum rimasti
lettera morta anche per quel che riguarda la gestione pubblica
dell’acqua altra grande questione che riguarda tutte e tutti. Specie in
agricoltura.(13)

Crediamo opportuno che chiunque abbia a cuore l’ambiente e la propria
salute ed aspiri ad una società umana libera di evolversi sgravata
dall’oppressione parassita della finanza e del grande capitale debba
mobilitarsi oggi contro la folle corsa verso il disastro
ipertecnologico ed ultraliberista di cui l’introduzione generalizzata
di Organismi Geneticamente Modificati costituirà un importante
passaggio.

Conosciamo bene la frustrazione ed il senso di impotenza di chi
ostinatamente continua a battersi contro progetti transnazionali
sostenuti da interessi così potenti e spietati da non curarsi dei
disastri che causano né tantomeno delle legittime obiezioni di chi a
ciò si oppone.

Le difficoltà e lo sconforto non possono essere alibi per continuare ad
accettare che gli stati di cui siamo cittadini continuino il programma
di ‘valorizzazione’ del pianeta che ne sta comportando la crisi
ecologica ogni giorno di fronte ai nostri occhi.

Siamo noi occidentali che per primi dobbiamo essere disposti a cedere
una parte della nostra opulenza e del nostro privilegio per
riequilibrare la distribuzione delle risorse del pianeta terra verso i
gruppi umani che non vi hanno accesso e verso il non umano senza il
quale la nostra sopravvivenza non è possibile.

Non è più il tempo di fare le battaglie per il reddito, di rivendicare
una vita agiata per noialtri mentre assistiamo in diretta allo
sterminio del popolo palestinese. Di chiedere di essere inclusi nel
sistema che comporta la devastazione dell’ecosistema tutto. È tempo di
ripensare la nostra idea di benessere, la nostra idea di ricchezza.
Occorre smentire una volta per tutte la novella che narra di fonti di
energia che non costano nulla. Quando una macchina compie un lavoro
destinato ad un essere umano non è detto vi sia un risparmio di energia
ma al contrario spesso ne è richiesto un consumo enormemente maggiore.
Ciò è tanto più vero tanto più è complessa l’infrastruttura di cui
questa è componente. Fino al parossismo dell’agricoltura 4.0 con i suoi
sensori, le sue centraline, i suoi satelliti ed i suoi datacenter.
Quando coltiviamo cibo noi stiamo producendo energia. Il bilancio
energetico dell’agricoltura industriale è così mostruosamente
inefficiente che nessuno può seriamente affermare che sia
eco-sostenibile sfamare il mondo con i droni e gli OGM. Una quantità
sbalorditiva di gigawatt di energia vengono consumati ogni giorno
perché non ci sappiamo orientare nei luoghi che abitiamo e ci facciamo
trasportare dai navigatori. Perchè chiediamo al telefono ogni maledetta
informazione senza mandare a memoria un tubo. Fa fatica persino
ricordare. E faticare è brutto. Lo fanno i poveri. Si può faticare solo
in palestra dopo aver consumato una quantità di proteine che sfamerebbe
un villaggetto in Africa.

La sinistra progressista e borghese continua a spacciare l’utopia
mercantile di un mondo dove, sbarazzatisi di qualche cattivone
capitalista potremo finalmente stare in panciolle mentre una grande
fabbrica automatizzata produrrà ciò che è necessario alla vita di una
popolazione intenta nello svolgere i propri hobbies, fare sport,
viaggiare, gustare aperitivi. L’idea è che se in tutto il mondo si
potrà vivere in questo modo tutti saranno finalmente felici. Anche
ammesso che tutto il mondo voglia plasmarsi a immagine dell’occidente,
cosa totalmente falsa, residuo odioso dell’universalismo missionario e
coloniale, è noto e fuori discussione che non vi siano risorse
materiali per attuare questo disegno. È solo un mito creato dalla
necessità del capitale di estendere i propri mercati; la
giustificazione delle imprese coloniali impegnate via via
nell’esportare il vangelo, il progresso, la democrazia. Ed una
confortante scusa per godere del proprio privilegio senza odiosi sensi
di colpa. I proletari sanno che tutto questo non avverrà mai. Che il
potere e la ricchezza non verranno ridistribuiti spontaneamente da
coloro che cospirano costantemente per concentrarne nelle proprie mani
quote sempre maggiori Ed eleggono nazifascisti. Per essere almeno i
primi tra gli ultimi.

I proletari conoscono invece la fatica. La forza del proprio corpo che
lavora. Lavoro che può irrobustire o usurare o uccidere. Il lavoro di
una persona libera, lo sfruttamento di chi sta sotto il giogo del
padrone, dello stato, del sistema industriale.

I proletari conoscono la violenza. Quella che subiscono ogni giorno col
ricatto del salario o dell’indigenza. La violenza di dover obbedire col
rischio di poter rimanere senza casa, senza risorse, senza sostegni. I
poveri conoscono la violenza di poter essere venduti e comprati, usati,
trasportati, rinchiusi, seviziati.

Il sistema di produzione e consumo in cui ci siamo ritrovati incastrati
si alimenta crudelmente e senza sosta di ogni forma di vita e di
energia.

Affinchè un reale cambiamento del contesto globale avvenga dobbiamo
essere i primi ad essere disposti a cambiare realmente le nostre vite.
Rifiutarsi di proseguire sulla strada della guerra totale per il
controllo di risorse sempre più rare.

Ciò significa fare delle rinunce. Al molto di superfluo di cui ci
circondiamo. Soprattutto rinunciare al conforto morale di un comodo
attivismo dopolavoriale. Se la rivoluzione non è un pranzo di gala,
l’insurrezione non è una sfilata variopinta e l’ecologia non è il
capitalismo del silicio e del litio. Nè può limitarsi alla coltivazione
di verdure biologiche. In un momento in cui le possibilità
dell’opposizione legale sono confinate ad un sommesso borbottare per il
realizzarsi dei programmi spudorati del potere è necessario fare un
discorso serio sulle modalità, le forme, gli strumenti con cui
affrontare le nostre mobilitazioni. Con cui esercitiamo la nostra
azione politica. Le basi su cui impostare la discussione dovranno
essere i nostri desideri, le nostre possibilità e le nostre attitudini
etiche, pratiche. Il codice penale dovrà essere considerato un rischio
da tenere in considerazione. Mai un fondamento morale cui riferirsi. Al
di là dei limiti delle democrazie in sé, l’attuale assetto statale ha
perso gran parte delle caratteristiche di una democrazia liberale. E’
bene che coloro che intendono realmente opporsi ai disegni che vanno
delineandosi affrontino una riflessione che prenda atto dello stato
delle cose.

Le comode vie della protesta simbolica e dello sdegno un po’ ipocrita
hanno perso ogni credibilità. Non hanno nessuna forza. Il modello del
contropotere ha preso così tante batoste che può essere promosso solo
da chi ignora completamente la nostra storia nazionale degli ultimi 50
anni (Genova 2001 compresa). Da chi fa finta che le sollevazioni
popolari del mediterraneo arabo non siano state soppresse da feroci
regimi militari. Oppure da chi utilizza il movimento come leva per
acquisire posizioni personali.

Non possiamo più delegare la fatica del vivere. Non dobbiamo più
delegare l’organizzazione delle comunità umane al sistema della finanza
globalizzata o agli stati nazionali. Non vogliamo più delegare le
azioni necessarie a ridimensionare le pretese di un gruppo dirigente
sempre più esclusivo e strafottente.

Iniziamo qui e ora a riprenderci la terra, a riappropriarci del nostro
tempo, del nostro lavoro, delle nostre intelligenze. Celebriamo La Vita
che nonostante tutto sorge continuamente. Celebriamo le vite
innumerevoli nella loro diversità.

Abbandoniamo le strade battute della concertazione e del compromesso.
Quantomeno non limitiamoci a quelle.

Mostriamoci disponibili a mettere in discussione la nostra tranquillità
e la nostra sicurezza perché ne possano avere un po’ coloro che non ne
hanno per niente. Non chiediamo giustizia. Pratichiamola!

Smettiamo di lamentarci ed impariamo a mettere in discussione per
davvero da un punto di vista pratico, strategico, logistico lo status
quo che ci raccontano immutabile.

Per quanto tempo ancora ci sottrarremo alle nostre responsabilità?

(1) I padroni della terra: rapporto sull’accaparramento della terra
2022, FOCSIV (2) Liberare la terra dalle macchine, manifesto per
in’autonomia contadina e alimentare; Atelier Paysan; Libreria Editrice
Fiorentina (3) Rapporto qualità aria ARPAE 2023 (4) Perchè fermare i
nuovi OGM; S.Mori, F.Paniè; TerraNuova
(5) https://www.marciastoppesticidi.it/index.php?option=com_tags&view=tag&id[0]=66&Itemid=1579&lang=it (6) M.Ciervo Il pomodoro da industria in Italia;
(7) https://it.ejatlas.org/conflict/noccioleti-a-viterbo
(8) http://www.lab-ip.net/le-imprese-spin-off-della-ricerca-pubblica/
(9) https://ilsalvagente.it/2021/04/23/119219/ ; https://serenoregis.org/2019/09/20/ecco-come-il-pentagono-condiziona-e-finanzia-la-ricerca-scientifica-in-italia-antonio-mazzeo/ ; https://home.ba.infn.it/~nicotri/sito-nardulli/HIGHTECH.html
(10) note sull’inquinamento da pesticidi in Italia; ISPRA rapporto
nazionale pesticidi nelle acque
(11) https://fr.boell.org/it/2023/03/09/ingegneria-genetica-colture-ogm-piu-pesticidi (12) Su genetica ed epigenetica si veda il blog Nuova Biologia della Drsa Daniela Conti
(13) S.Albertazzi, Agricoltura industriale e acqua nella pianura
piacentina.

Riflessioni sull’incontro di NaPaDeMa 2025, svoltosi in Puglia ad Urupia

Sarebbe interessante abbozzare delle riflessioni sulla tre giorni. Provo a dare un piccolo contributo sperando che possa uscirne fuori un dialogo.

Per la prima volta dopo tanti anni sono tornato a parlare apertamente di quello che mi sta a cuore e il non trovarmi di fronte a un muro mi ha riempito di gioia. Se da un lato l’essere in un luogo – Urupia – che fa dell’autogestione il proprio pane & tarallo quotidiano ha reso il tutto piu’ semplice, un altro elemento fondamentale che ha contribuito alla riuscita della comunicazione e’ stato l’atteggiamento di curiosita’ e disposizione all’ascolto che, di questi tempi, sono grasso che lubrifica quel meccanismo poco oliato dell’organizzazione.

A volte ci ritraiamo dall’utilizzare parole per via del significato che hanno preso, quella “risemantizzazione” ad opera del sistema di pensiero dominante che oggi viene chiamata cancel culture, un esercizio continuo di sovrascrittura che procede, a ritroso, nel tempo. E’ palese che sia quantomeno necessario dare uno stop a questo delirio portato avanti da esperti di comunicazione e mass merda, pena l’incomprensione e l’incomunicabilita’ totale.

E per ripartire verso un nuovo orizzonte la prima parola da abolire, che nella nostra lingua non dovra’ avere piu’ spazio ne’ importanza, e’ certamente quel sinonimo internazionale di sofferenza & travaglio che va sotto il nome di lavoro.

Questo era in estrema sintesi il succo del mio intervento ad urupia, ovvero il tentativo di ridefinire un terreno su cui poter operare senza incappare nei lacci della riproduzione dell’esistente, il tutto mediante gli strumenti legali che ‘o sistema nudo e crudo mette a disposizione di chi non sia sprovvisto di volonta’, magari mista ad un pizzico di spregiudicatezza che non guasta mai.

Smascherare il ruolo contenitivo del paraStato e della burocrazia ci porta in ultima istanza a scoprire di essere noi, per noi stessi, i primi agenti della sudditanza (quel “nemico interno” piu’ forte della nostra volonta’) : le pratiche che codificano la norma sociale che vengono attribuite allo Stato e alla legge sono da ascrivere letteralmente a sindacati, patronati, e disciplinatori della normalizzazione extra-legale, al fine di poter individuare gli agenti attivi nella pratica infausta della sottomissione volontaria.

La Burocrazia rappresenta il potere extra-statale ed extra-legale dell’ufficio.

In estrema sintesi, l’aderire alla consuetudine extra-legale e’ il risultato di decenni di rincoglionimento, quello si’, progressivo, ad opera dei sostenitori della necessita’ del lavoro salariato e della conseguente proletarizzazione dell’esistente… da una lettura mal compresa di marx fatta propria dai falsi critici dell’esistente.

Si e’ parlato di Gentrificazione e vorrei fare una piccola digressione sulle gerarchie sociali.

Gentry in inglese indica l’aristocrazia, la classe alta, la piccola nobilta’. Quel qualcosa a cui tenderebbe una parte borghese, nella dinamica di classe piu’ terra terra che la storiografia possa mai partorire. C’e’ poi l’Imborghesimento, l’assumere posture borghesi da parte di chi borghese non e’; e poi esiste anche quell’aspirazione dileggiata come “piccolo borghese” che vede nell’emancipazione dal ruolo di classe subordinata il ricalcare le orme della classe immediatamente superiore in questa supposta gerarchia. Tutto questo beninteso se vogliamo prendere per buona la classificazione-metodologia di analisi storica che ci ha dato il marxismo.

Abbiamo poi la distruzione della classe media, e una sotto-proletarizzazione che avanza a grandi passi rendendo il disastro ogni giorno che passa piu’ evidente e prossimo. La guerra tra poveri dilaga in una reazione a catena micidiale. Gli operai, un tempo visti come membri della classe eletta a demiurgo della rivoluzione sociale, votano lega o meloni ed e’ gia’ dagli anni ‘70 che gli hanno appioppato la nozione di “aristocrazia operaia” che peraltro si tengono ben stretta. I colletti bianchi del cosiddetto terziario avanzato sono invece spremuti come dei limoni e non possono neanche immaginare di uscire dal ruolo in cui sono relegati, quello della produzione immateriale, limitandosi a tirare a campare con stipendi da fame; gli immigrati, sottoproletari, riforniscono di derrate alimentari le grosse catene di distribuzione e la produzione di cibo a basso costo per i proletari difficilmente potrebbe dare salari dignitosi neanche nel migliore dei mondi possibili.

Chi timbra quotidianamente il cartellino della propria sottomissione e’ insomma ben consapevole del proprio essere sfruttato. Ma tutto questo, piu’ che generare coscienza di classe, genera risentimento verso chi non ha accettato quel marchio della bestia chiamato contratto di lavoro, i famosi “lavoratori autonomi”, che vengono invariabilmente inquadrati dai burokrati come privilegiati, sfruttatori, furbetti o “evasori fiscali”, per poi gridare allo scandalo quando e’ l’istat stesso a ridimensionare il concetto di evasione fiscale da parte degli stessi e ad attribuirlo, piuttosto, a multinazionali e grande industria come recentemente accaduto.

E’ qui che entra in gioco la nostra scommessa. Mostrare che gli unici privilegi reali che permettono di ribaltare lo stato di cose presenti ce li portiamo dentro la testa e sono il frutto del ragionamento, dell’abitudine a non delegare e – soprattutto – a non obbedire ad quel ricatto extra-legale introdotto a norma sociale.

Traendo spunto dagli Area, se “L’Estetica del Lavoro e’ lo spettacolo della merce umana” come avevano brillantemente esplicitato, non abbiamo evidentemente piu’ bisogno di un tale feticcio. Forse arrivati a 500 anni dal “trattato sulla servitu’ volontaria” de La Boetie’ e’ giunto il tempo.

Giugno letterario

Giugno letterario al circolo Matteotti

Le presentazioni inizieranno sempre alle 17:00 (cena a buffet a seguire)

 

Venerdi 14 Giugno, Bandierine gialloblu sulla tomba di Nestor Machno? Nazionalismo, anarchismo e altre idee più o meno confuse sulla Rivoluzione russa. Con Giuseppe Aiello

Domenica 16 Giugno, Un Futuro senza avvenire, edizioni Nautilus (link per l’acquisto), con Matteo della Nave dei folli

Sabato 22 Giugno, Lenin e l’Antirivoluzione Russa, con Roberto Massari (link per l’acquisto)

Populismo – work in progress

A riguardo del populismo

Per poter articolare un pensiero sul tema del populismo, dovendo preliminarmente scartare la paccottiglia ideologica riprodotta in automatico dalle menti abituate alla ripetizione scolastica, tendenzialmente acritica, di concetti mai digeriti dall’industria politico-culturale, abbiamo ritenuto importante la diffusione di questo dattiloscritto “Marxismo e Populismo in URSS”, di cui abbiamo iniziato la digitalizzazione.

Il dattiloscritto e’ stato scritto a genova negli anni ’70 da Faina ed altri, (probabilmente?) risentendo dell’influenza del passaggio di Franco Venturi  all’universita’ di Genova?

 

vi invitiamo alla lettura e quando saremo a tiro proveremo una sintesi degli elementi di originalita’ che traspaiono dal testo, per agevolare quanti non potessero permettersi il “lusso” di un’analisi di storia comparata dello sviluppo delle societa’ mondiali con riferimento alla questione agraria. In estremissima sintesi e gusto polemico, a mistificare marx sulla questione di populismo e gestione comune delle terre fu nientepopodimeno che Lenin (pag.199). E’ da li’ in avanti che avanza senza sosta il disastro umano e relazionale portato avanti dal leninismo.

Vania Siccardi
Marxismo e Populismo in Urss

Marxismo e Populismo in Urss, penultimo capitolo

Franco Venturi, Il populismo russo. Herzen, Bakunin,Cernysevskij-1952-1972

 

Aggiungo due altri contributi trovati in rete:

Pier Paolo Poggio,  Il populismo Russo: Percorsi carsici

Raissa Raskina, Il populismo russo

 

Chiudersi a Circolo: come confrontarsi con una societa’ disintegrata

Chi propone uno scenario piatto di omologazione e repressione del dissenso nel nome della civilta’ non ha certo nei suoi propositi una societa’ a tutto tondo. La linea diritta della prigione e della reclusione lascia il campo a una piattaforma di inclusione forzata, pena la segregazione volontaria da spazi pubblici e privati interdetti. Tocca chiudersi a circoli, per ritrovare coesione e fulcri intorno a cui fare i propri passi. La non sottomissione al progetto di una societa’ scientifica in cui l’orizzonte democratico e’ manovrato dall’alto prevede la non adesione alle piattaforme di espressione del dominio.

Non e’ questione di reinventare l’acqua calda, abbiamo molteplici strumenti a nostra disposizione – ma quello che piu’ ci serve lo abbiamo surgelato nella scatola cranica. Il calore servira’ per sciogliere i ghiacciai perenni che irrigidiscono le dinamiche sociali al punto di non riconoscere piu’ il rigor mortis di una societa’ che ai raggi del sole si mostra marcia e putrefatta fino al midollo.

Chiudersi a circoli implica il riconoscimento di un inizio, e di una fine, di ogni percorso, comprendere i limiti entro cui ci muoviamo: creare forme labili ma allo stesso tempo perfette, forme che si possono aprire, allargare, rimpicciolire, estendere. Cio’ che conta, e’ agire la chiusura. La comunicazione circolare e’ un fluire di coscienza ed una messa in gioco atta a trasformare il mondo in cui viviamo, e’ il trovare nel limite l’ebbrezza della barriera da abbattere. Per potersi dare degli obiettivi e lavorare per superarli occorrono forze in circolo.

Hanno disintegrato cosi’ a fondo ogni idea di societa’, erodendo la coesione che ne era a fondamento, che oggi possiamo appellarci soltanto ad un’integrita’ sepolta da strati di ideologia, religione e conformismo. Quell’integrita’ individuale dovra’ tornare a risuonare nella nostra comunicazione, nel circondario, nella nostra espressione, fuori dalle briglie dell’ideologia. La struttura sociale da rimettere al centro della nostra intenzione, in un processo espansivo, dovra’ fare i conti con bisogni e necessita’ crescenti, fuochi su cui incanalare energie. A quel gesto arcaico di condividere pane, fatica e sudore dovremo velocemente riabituarci perche’ solo nella comune organizzazione potremo allontanare l’ipocrisia servile.

Comune organizzazione non ha nulla a che vedere col fare fronte comune perche’ fare fronte tipizza le forme piatte mentre a noi interessano i cerchi. E come si possa continuare a dare credito alle forme organizzate del dominio, prima tra tutte lo stato, per noi lupi Mat rimarra’ sempre un mistero della fede.

Nelle piazze italiane, che l’opposizione popolare al green pass venga cavalcata da teste quadre armate di tricolore pare l’atteso risultato di una sinistra campagna, tanto globale quanto progressista, militar-vaccinale, all’insegna della concertazione con i poteri forti e della fede nelle soluzioni sperimentali iniettabili del libero mercato. La Cgil, alfiere dell’estensione del trattamento sanitario obbligatorio a tutti i lavoratori, merita tutto il nostro disprezzo. Non importa se destra e sinistra rappresentino facce opposte della stessa medaglia o, forse, lotte intestine tra nuovi e vecchi fascismi: quelle che rimangono nella sostanza sono le dinamiche obbligate di chi non vuole mettere in discussione i meccanismi del potere e se ne fa braccio, piu’ o meno armato.

Chi non vuole appiattirsi sulle parole d’ordine dei mass merda fara’ bene a tenere a mente gli avvertimenti del vecchio lupo Mat. La responsabilita’ storica dell’aver abbandonato il campo della lotta e i lavoratori, lasciando immensi spazi di agibilita’ politica a un coacervo di testone quadre, sovranismi new age e braccia tese e’ interamente del globalismo progressista, quel vicolo cieco di benpensante ipocrisia di cui si fa da tempo interprete la sinistra. Il fitto parlamentare che sta nascendo tra piu’ o meno ufficiali sovraintendenti all’ordine pubblico ed aspiranti capibastone di greggi confuse e’ solo la punta di un iceberg miscelato al plutonio.

La resistenza non abita adunate, commemorazioni, e neanche di impotenza manifestazioni. Abita altrove, nei limiti da superare, nell’ottica circolare da incarnare – quella e’ l’ottica giusta che non ti offusca la vista – lontano dal gregge, fuori da ogni pista – okkio al lupo mannaro anarco taoista