La guerra ideologica e noi

“La prima vittima quando arriva la guerra è la verità”, pare lo si sapesse già ai tempi di Eschilo, figuriamoci oggi che provocatori e mestatori, oltre al solito cinismo sprezzante dei potenti, hanno a disposizione mezzi e tecniche ipertecnologiche. Tutte le guerre non sono mai state combattute solo per aria mare e terra, sono sempre state affiancate da una capillare guerra ideologica sul terreno e sui mezzi d’informazione, che punta alla disinformazione, o meglio, sulla ridondanza di informazioni sparate a raffica e usa un apparato linguistico estremamente potente, studiato a tavolino e costruito con l’algoritmo. Lo chiamano gamification of war o military-entertainment complex. Nel campo delle immagini, le riprese dei droni, i video delle “precision strikes“, le interfacce termiche hanno un’estetica quasi identica ai videogiochi di guerra come Call of Duty o Arma. Non è un caso che, alcune di queste interfacce, siano state effettivamente progettate da aziende che lavorano anche per il gaming, con l’idea di anestetizzare le menti dei nativi digitali al dolore causato alle persone e ai luoghi da qualunque guerra.

Premessa lunga, ma necessaria per mettere in guardia tutti noi a non cascare nelle trappole delle forze egemoniche fatte per diffondere notizie mirate a rompere la solidarietà dei popoli.

E lo dico a proposito dei curdi, dimenticati dai media quando vengono bombardati dai loro vicini, onorati se muoiono combattendo l’Isis anche per noi, dimenticati quando non servono più e oggi riscoperti da Donald Trump o da Bernard Henry-Levy che sulla Stampa del 2 febbraio, si ricorda dei curdi solo per cercare di attirarli tra le braccia pelose dell’Occidente. Ci proveranno ancora, senza voler capire, con la solita supponenza occidentale, che i popoli del mondo sono stanchi di essere interpretati dal colonialismo anche intellettuale.

Detto ciò mi sembra necessario fare un riassunto della complessa situazione del popolo curdo in quella polveriera che è oggi il Medio Oriente.

I curdi sono oltre i 35 milioni (alcuni milioni dei quali alla diaspora), il resto è diviso, dalla fine dell’impero ottomano, in quattro territori dislocati ai confini della zona dove infuriano i combattimenti e, proprio per questo, l’asse della guerra Usa/Israele vorrebbe coinvolgerli, sobillando e mestando, a morire per loro; o, almeno, cercare di farlo credere a noi. Il “Divide ed impera”, non lo esercitavano solo i romani.

Creare disinformazione e caos è uno degli obbiettivi della guerra, cosa che gli Usa stanno facendo da trent’anni portando la guerra ovunque ci sia il petrolio insieme al suo sodale Israele che vuole realizzare sulla testa dei popoli il suo “sogno” della Grande Israele.

Tornando ai curdi. Non si tratta di figurine da videogioco che entrano in campo quando torna utile a chi tiene in mano il joystick, si tratta di un popolo. Un popolo diviso da cent’anni per la maggior gloria di imperi coloniali del primo novecento in quattro stati diversi: il Kurdistan del Nord, nel sud-est della Turchia, Bakur; il Kurdistan dell’Ovest nel nord della Siria, Rojava; Kurdistan del Sud nel Nord dell’Iraq, Basur; il Kurdistan dell’Est, nel nord-est dell’Iran, Rojhilat.

In ciascuno di questi territori, a maggioranza curda, i curdi si sono dati una dirigenza politica propria, con intenti e forme diverse e non necessariamente convergenti, se pur dialoganti. Nel Basur dominano due formazioni: il PDK, capeggiato dal clan Barzani e il Puk, che fa riferimento al clan Talebani; si tratta di un’area ricca di petrolio, che si gestisce come una sorta di proto-stato. Nel Kurdistan Turco c’è il PKK, fondato da Abdullah Öcalan, nato nel 1978 come movimento di liberazione di formazione marxista ma che, nel tempo, si è profondamente trasformato, elaborando un paradigma originale, il Confederalismo democratico, che rigetta l’idea stessa di Stato-nazione, riconosciuto come la forma politica in cui si esprime il neoliberalismo e indistricabile dal nazionalismo e dal patriarcato. Un processo che ha portato nel 2025 allo scioglimento del Pkk, alla consegna simbolica di trenta kalashnikov, come dimostrazione di buona volontà per avviare un solido processo di pace con la Turchia in cambio del riconoscimento ai curdi del diritto di sviluppare nella propria area autonoma il Confederalismo democratico. Cioè: collaborazione paritaria tra etnie, religioni, generi, libertà e centralità delle donne, ecologia ed etica, diritto all’autodifesa. Un pensiero questo che ha trovato la sua espressione materiale nel territorio del Rojava, adesso messo a repentaglio dal governo di Damasco. Il PJAK, il partito curdo in Iran, segue la stessa visione elaborata da Öcalan, adattandola alla tesa situazione in atto in Iran; ad esempio, non ha consegnato le armi.

Questa sintetica ricapitolazione per spiegare che pensare che Öcalan e Barzani siano la stessa cosa e reagiscano nello stesso modo agli avvenimenti in corso sarebbe come dire che Antonio Gramsci e Antonio Segni avevano la stessa visione sulla società perché erano sardi. Questo per dire che i curdi sono una realtà composita e come tali vanno interpretati.

Adesso vorrei centrarmi sul movimento curdo rivoluzionario che riconosce come suo teorico Abdullah Öcalan, dal 1999 incarcerato in isolamento nell’isola turca di Imrali. Da tempo andava avvisando che la Terza guerra mondiale sarebbe scoppiata in Medio Oriente e gli aventi odierni gli hanno dato tragicamente ragione. Dopo che Israele ha sostituito la Turchia nel progetto Usa di controllo dell’area, l’obiettivo dell’Asse Usa/Israele era portare la guerra all’Iran e trascinare curdi e arabi nel conflitto. Contro i piani imperiali delle potenze egemoni però, quando il governo a vocazione jiahadista della Siria ha attaccato il Rojava, la gente è uscita in massa per le strade in difesa dell’Amministrazione autonoma contro i piani delle potenze mondiali e locale che intendevano eliminare il movimento e il suo progetto rivoluzionario, oltre a neutralizzare l’Iran e a marginalizzare le donne. Öcalan, prevedendo una operazione sanguinaria stile Gaza, è stato determinante nel decidere di portare avanti il percorso di pace intrapreso da tempo. Una pace instabile, con regole ancora tutte da definire, ma da difendere essendo l’unica possibilità per imbrigliare al-Jolani.

Nella zona curda dell’Iran (Rojhilat, Kurdistan dell’est) il movimento curdo prevalente si riconosce nel PJAK che ha come progetto politico il Confederalismo democratico, non nazionalista, chiede di esercitare una forma di autonomia che nasce dal basso, pone al centro la libertà delle donne e il diritto all’autodifesa.

A fine febbraio 2026, dopo otto mesi di incontri, prima, quindi, dell’inizio della guerra Usa/Israeliana, una riunione dei principali partiti e movimenti curdi in Iran ha dato vita a una coalizione, annunciata da un luogo non divulgato nel Kurdistan iracheno. La coalizione riunisce cinque partiti: il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), il Partito della Vita Libera in Kurdistan (PJAK), il Partito Democratico del Kurdistan – Iran (PDKI), l’organizzazione Xebat e una fazione del movimento comunista Komala. È una coalizione di soggettività politiche diverse, il PDKI, fa riferimento a Barzani che controlla la regione irachena di Erbil. Xebat e Kemala, sono quel che resta del partito comunista che ha lottato nel 1979 contro Reza Palhevi, Kemala, nel tempo, si è spostato su posizioni più socialdemocratiche. Il PAK è un partito nazionalista, e non è chiaro se abbia avuto o meno relazioni con Israele e gli Usa, ma in questa guerra ha dichiarato di non voler sostenere l’intervento di forze esterne e nemmeno sostenere l’Iran. Non è allineato con il Confederalismo democratico. Il PJAK fa riferimento al confederalismo democratico ispirato da Abdullah Öcalan e alla rivoluzione delle donne, come già detto, e, a suo tempo, hanno dichiarato che la coalizione non ha alcun rapporto con Washington. Peyman Viyan, co-presidente del PJAK, ha recentemente affermato: “I curdi in Iran non sono separatisti come sostiene il regime. Il popolo curdo è quello attualmente più organizzato in Iran. Siamo a favore di un’amministrazione condivisa che possa essere discussa e formulata, non di un conflitto. Allo stesso tempo, manteniamo l’autodifesa”. Qualche giorno fa è uscita una dichiarazione del Partito per la Vita Libera del Kurdistan (PJAK) che invitava la popolazione a “rafforzare il proprio spirito di unità e cooperazione sociale, a formare comitati locali per la difesa e i servizi alla comunità e ad essere pronti ad affrontare le conseguenze della guerra e delle politiche della Repubblica Islamica”. Ha esortato i giovani “ad assumere un ruolo guida, a partecipare alla formazione politica e di difesa e a diventare uno scudo protettivo per la comunità”. Ha incoraggiato le persone e le loro famiglie a “stare lontano dai centri militari e di sicurezza del regime per proteggersi da potenziali attacchi”. Ha anche chiesto agli attivisti che “si sono allontanati dal partito di riconnettersi con le sue fila e di riprendere a partecipare alle attività politiche e sociali”. Sottolineando che il superamento di questa fase difficile è possibile solo attraverso l’unità e la cooperazione di tutte le parti della società.

Cosa vogliono dire questi quattro punti? A me pare che, con questa dichiarazione, abbiano cercato di far capire: all’Iran ferito e in guerra che non faranno il gioco degli Stati uniti e di Israele; ai curdi dell’Iran che non si riconoscono nel PJAK di non cedere all’illusione di uno stato kurdo che il tycoon americano gli fa sventolare davanti come una carota e di ricordarsi che è abitudine dello Zio Sam usare i popoli e poi lasciarli nella merda, come hanno fatto dalla Libia all’Afghanistan o ai tempi del Califfato. Insomma, di non cadere nella trappola della guerra ideologica. Che Israele non è alleato che di sé stesso e ha una strana passione per la guerra. E anche far capire all’Iran che i popoli cercano la pace, ma che l’opzione di morire e basta non è sul tavolo.

Abdullah Öcalan – leader “spirituale” in carcere in isolamento del 1999 – non molto tempo fa poneva a tutti i resistenti del mondo questo interrogativo: “L’assetto globale stabilito all’indomani della Seconda guerra mondiale non è più sostenibile e lo dimostra il modo in cui gli Stati lo stanno ignorando. Nessuno rispetta le istituzioni nate dalle due guerre mondiali. Perché allora dovrebbero essere i colonizzati, i lavoratori e le donne a proteggere l’ordine che li opprime e che vorrebbero abbattere?”. Incita a non cedere alla depressione o allo scannarsi a tavolino per decidere chi ha la linea più “pura”, ma di incominciare a guardare questi tempi di grande disordine come “l’età della speranza” e mettere tutte le energie nel confederalismo e nell’autonomia democratica applicata in ogni luogo della vita sociale senza distinzioni di classe, etnia, sesso, religione. Società armoniose capaci di agire politicamente dal basso, di prendere decisioni collettive, di superare i conflitti e di autodifendersi, capaci, insomma, di creare un modello di vita alternativo allo Stato. È questo il paradigma intuito da Öcalan e implementato dalle donne curde che fonda la sua autenticità sulla continua vivificazione della società morale e politica e che ha come centro motore la libertà delle donne. Non è solo un cambio di paradigma politico, ma un cambio delle coscienze, è una critica radicale alla società che ha scavato nel profondo del soggetto uomo, smascherando la tossicità del virilismo che si annida anche nei neuroni di molti rivoluzionari. È demoliamo nei fatti la guerra ideologica che ci istiga a credere che la collaborazione fra i popoli sia impossibile per praticare quell’idea di accoglienza dell’altro inscritta nel corpo stesso delle donne.

Rosella Simone

La soluzione e’ interna al problema

Una rotta possibile

al destino dello spettatore non puo’ sottostare, l’animo inquieto. per quel fuoco che gli arde dentro

L’arte della simulazione e dello spettacolo proiettano sul mondo l’ombra del falso e a questo la gran maggioranza della popolazione ha fatto il callo. Ma non pare ai nostri occhi un valido motivo per gettare la spugna nel tentativo di risollevare le sorti compromesse di un’umanita’ alla deriva.

La visione economicista che trascende nel virtuale ogni bisogno ed aspettativa di vita reale impegna da tempo l’umanita’ in una logorante corsa per la sopravvivenza. Presi dalla contingenza delle necessita’ e dalla risacca -o arretramento- della stagione della lotta, continuiamo imperterriti a commettere gli stessi errori, fare le stesse analisi sbagliate, ritrovarci sempre al punto di partenza, reiterare gli stessi circoli chiusi: avvalorando cosi’ l’idea di agire come servo-meccanismi, circuiti malamente integrati.

Occorre ripartire da se stessi, e dalla propria idea di scelta, sapendo che scegliere implica rinunciare a qualcosa. Scegliamo di rinunciare alla comodita’ del meccanismo della delega, della subordinazione, del contratto di lavoro, alla comodita’ dell’adesione ai meccanismi che fanno di te massa. Scegliamo l’individuo come l’ultimo soggetto in grado di opporsi all’omologazione.

Le scelte implicano conseguenze, e la prima tra esse che ci viene in soccorso e’ il ritornare sugli stessi tracciati gia’ percorsi -ed abbandonati- da milioni di nostri simili con la voglia di dargli nuova vita, e nuove ripartenze. Ripercorriamo a ritroso le tappe della storia, arricchendole delle conoscenze acquisite in questo ritorno dal futuro, cercando di far si che la storia possa ritornare in moto. Ponendoci il piu’ lontano possibile dai beccamorti della fine della storia.

E’ un viaggio teso a ritrovare familiarita’ con quei costrutti che hanno costruito le basi dell’organizzazione sociale, a riscoprirne la validita’, prima che la forma-stato assumesse quel carattere totalitario destinato a tipizzare le “moderne democrazie”.

Tappe di questo percorso saranno la reinterpretazione dei concetti di comunita’ e mutuo soccorso.

Partiamo dalla creazione di un Consorzio (Interno) di Cooperative Agricole e Produzione Lavoro.

Perche’ un consorzio?

Una risposta semplice e’ che consorziarsi permette alle varie cooperative di estendere una rete di relazioni mantenendo al contempo le proprie specificita’.

Individuate delle necessita’ comuni, il consorzio puo’ trovare le forme piu’ consone per affrontarle.

Pensando alla gestione amministrativo/contabile, il consorzio potrebbe fornire ai propri associati assistenza/consulenza, o -avendone le forze- organizzare la gestione burocratico/amministrativa delle consorziate, fornendola come servizio in supporto alle stesse.

Il consorzio puo’ essere costituito in due tipologie: consorzio interno o consorzio esterno. Abbiamo scelto il consorzio interno perche’ non ha formalita’ particolari per essere costituito, e neanche obblighi di registrazione presso l’agenzia delle entrate. Agisce solo nei confronti dei soci e non e’ un soggetto con personalita’ giuridica. Non puo’, ad esempio, prendere appalti a proprio nome.

Insieme al consorzio, nell’ecosistema che vorremmo costituire c’e’ anche una rete di societa’ di mutuo soccorso. Fino a 50.000 euro di capitale gestito da una SMS e in assenza di gestione di fondi sanitari integrativi del SSN, non vi sono obblighi di registrazione con l’agenzia delle entrate. Per inciso, lo stato garantisce alle SMS la gestione di fondi sanitari autonomi dal SSN.

Con una rete di SMS che affianca il consorzio potremo dare luogo ad una copertura sanitaria assistenziale per i soci del consorzio per i casi di infortunio o malattia a cui l’INAIL non da’ copertura:

un tentativo di sormontare l’enorme divario, nell’ambito delle tutele, che separa i lavoratori autonomi da quelli subordinati. Cercando in tale modo di superare l’attuale status quo, in cui la malattia per un lavoratore autonomo rappresenta un lusso che non ci si puo’ permettere.

Ridare dignita’ alle Arti e ai Mestieri, fuori dalla logica del corporativismo.

Creare un tessuto solidale e di mutuo soccorso.

Creare agibilita’ formale e sostanziale ad un percorso che coniughi teoria e pratica sociale.

Abbandono del pilastro-cardine su cui si e’ edificata l’intera societa’ industriale, ovvero il lavoro salariato. E delle ideologie che lo riformano continuamente.

MATERIALI DI INTELLIGENCE MILITARE NON POSSONO FONDARE PROCEDIMENTI PENALI

L’AULA DI GIUSTIZIA NON È UN CAMPO DI BATTAGLIA

COMUNICATO STAMPA 12.1.2026

VERSIONE ITALIANA (ENGLISH VERSION BELOW)

La udienza al Tribunale del riesame per la scarcerazione si terrà al Tribunale di Genova venerdì 16.1 dalle 9. L’esito potrebbe anche essere comunicato in serata.

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I sottoscritti difensori dei coinvolti nel procedimento per asserito finanziamento del terrorismo in corso a Genova ritengono doveroso intervenire pubblicamente per denunciare una grave torsione dei principi dello Stato di diritto, della cooperazione penale internazionale e delle garanzie fondamentali del processo penale, a partire dalla presunzione di innocenza, ancora una volta apertamente violata.

L’iniziativa giudiziaria in atto sul presunto finanziamento del terrorismo non riguarda condotte penalmente accertate, bensì la trasmissione e circolazione di informazioni acquisite in uno scenario di guerra, provenienti da un contesto di conflitto armato in corso e prodotte da apparati di sicurezza stranieri.

Va chiarito con assoluta nettezza: non si tratta di prove giudiziarie, ma di materiale di intelligence. Informazioni non validate, non sottoposte a controllo giurisdizionale, prive di contraddittorio e delle garanzie minime di attendibilità richieste in uno Stato di diritto.

È un dato incontestabile che lo Stato di Israele rifiuta sistematicamente di sottoporsi alle regole della giustizia penale internazionale, sottraendosi persino alla giurisdizione della Corte penale internazionale anche a fronte di gravissime e documentate ipotesi di crimini internazionali. È dunque giuridicamente e politicamente inaccettabile che lo stesso Stato pretenda, al tempo stesso, di strumentalizzare i meccanismi di cooperazione penale internazionale per esportare all’estero ipotesi investigative unilaterali, non verificate e funzionali a un conflitto armato in corso.

Nessun giudice israeliano ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate. Esse restano integralmente appannaggio dei servizi di sicurezza, che operano sotto il diretto controllo dell’esecutivo e all’interno di una logica dichiaratamente bellica. Importare tali materiali nel processo penale significa abbattere la distinzione, essenziale in una democrazia, tra guerra e giustizia.

A ciò si aggiunge un dato che non può essere ignorato: procedimenti del tutto analoghi, avviati in passato in diversi tribunali italiani sulla base di presupposti investigativi sovrapponibili, sono già stati archiviati dopo approfondite indagini dalla magistratura italiana, evidenziando l’assenza di elementi penalmente rilevanti e l’inidoneità del materiale informativo trasmesso a sostenere un’accusa in sede giudiziaria.

Riproporre oggi le stesse ipotesi significa perseverare in una logica investigativa che ignora deliberatamente i precedenti giudiziari e svuota di senso il principio di legalità.

È particolarmente grave, inoltre, che la presunzione di innocenza venga sistematicamente calpestata attraverso dichiarazioni pubbliche e narrazioni mediatiche di stampo colpevolista, che anticipano il giudizio e trasformano l’indagine in una condanna, in aperto contrasto con l’articolo 27 della Costituzione, con il diritto europeo e con i principi del giusto processo.

L’utilizzo di informazioni di origine meramente intelligence come fondamento di procedimenti penali interni rappresenta un pericoloso slittamento verso un diritto penale del nemico, in cui categorie e strumenti propri della guerra vengono trasferiti nella giustizia ordinaria, con effetti devastanti sui diritti fondamentali.

Denunciamo infine il rischio concreto di una criminalizzazione indiretta di un’intera comunità, colpita non per fatti penalmente accertati, ma per legami culturali, religiosi e solidaristici con una popolazione coinvolta in un conflitto armato.

Un aggiornamento dalla Siria

Care compagne e cari compagni,
Aleppo è storicamente una città multiculturale e cosmopolita, dove popoli diversi hanno convissuto per secoli. Oggi, gli attacchi contro i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiye non sono diretti unicamente contro due quartieri curdi, ma attentano a questa tradizione di convivenza, contro l’esistenza dei popoli e il loro futuro comune.
Da circa dieci giorni, ad Aleppo sono in corso intensi attacchi militari contro due quartieri curdi. La popolazione civile, che si trova sotto l’attacco dell’esercito turco e di forze armate jihadiste legate al governo centrale, percepisce chiaramente che l’obiettivo è un vero e proprio massacro contro il popolo curdo, per non aver accettato i piani delle forze egemoniche per la regione. Il dispiegamento delle forze nemiche è stato sproporzionato (oltre 46.000 mercenari jihadisti, ogni tipo di arma pesante e droni turchi), portando la popolazione e le forze locali di autodifesa in un vicolo cieco, senza possibilità di ricevere rinforzi, e costrette a subire tutti i crimini di guerra immaginabili. La popolazione non poteva abbandonare il quartiere perché era sotto sequestro. Data la complessità della situazione, le forze di autodifesa legate alle SDF (QSD) hanno raggiunto un cessate il fuoco provvisorio per poter proteggere in qualche modo la popolazione: sono stati evacuati i feriti e una parte degli abitanti, mentre le forze locali di autodifesa hanno dovuto ripiegare in una zona vicina dell’Amministrazione Autonoma per riorganizzarsi e ricalcolare come proseguire.
La strage non si è concretizzata completamente; per questo si prevede che gli attacchi continuino in forme diverse, come dimostrano gli attacchi di questa notte contro la diga di Tishrin, con l’obiettivo di portare a termine l’annientamento del popolo curdo e del modello del Rojava.
Questi attacchi non possono essere valutati senza considerare la conoscenza e la complicità delle potenze egemoniche internazionali (USA, Israele, UE, Inghilterra ecc.). Le strutture mercenarie che rappresentano la continuità di DAESH vengono legittimate da attori internazionali e regionali e dispiegate sul terreno sotto il nome di “governo provvisorio”, come parte di una cooperazione speciale, pianificata e concepita come un progetto volto a spezzare la volontà dei popoli e a prendere il controllo del Medio Oriente. Il fatto che il regime di Al Shara si fosse precedentemente dissociato dai crimini commessi contro i popoli alawita e druso, mentre questa volta, senza maschere e attraverso “il proprio esercito”, difende e guida apertamente i crimini di guerra commessi in modo sistematico ad Aleppo, mostra chiaramente l’escalation e il livello raggiunto da questo approccio.
Con questi attacchi, l’obiettivo principale è il modello di convivenza tra i popoli curdo e arabo, costruito in Rojava sotto la guida del popolo curdo. Questo modello, nato dalla volontà comune dei popoli, entra in contraddizione con gli interessi degli Stati egemonici internazionali e per questo si tenta di eliminarlo. Lo scopo è smantellare questo modello di vita, spezzare la volontà del popolo curdo e sottomettere nuovamente i popoli. In questo modo, si cerca di frammentare la lotta comune, disintegrare l’unità sociale raggiunta e imporre un cambiamento demografico. Oggi, centinaia di migliaia di civili curdi nella regione si trovano sotto un grave rischio di massacro, sfollamento forzato ed eliminazione.
L’Amministrazione Autonoma del Nord e dell’Est della Siria sta cercando di ridurre la tensione e risolvere la situazione attraverso vie diplomatiche, mentre si riorganizza per difendere la popolazione e proteggerla da tragedie maggiori. Al contrario, la linea seguita dalle strutture del “governo provvisorio” jihadista e dalle forze egemoniche internazionali rappresenta una minaccia diretta e permanente per la popolazione civile.

Condividiamo questo messaggio sulla base delle informazioni ottenute tramite conversazioni dirette con compagne e compagni che vivono nella regione. Vista l’intensa disinformazione e manipolazione presenti sui social media e in alcuni mezzi di comunicazione, riteniamo necessario trasmettere la reale situazione della popolazione. Il pericolo maggiore al momento riguarda un gran numero di civili sequestrati nelle mani dei jihadisti e la probabile escalation degli attacchi nella regione.
Il fatto che, a livello internazionale, le reazioni si siano limitate a condanne superficiali nei mezzi di comunicazione sta aprendo la strada alla ripetizione di questi crimini. Per questo, facciamo appello alla comunità internazionale, alle organizzazioni per i diritti umani e alle forze socialiste e democratiche affinché rompano il silenzio e uniscano la loro solidarietà per evitare questa strage.
Un caro saluto
Movimento delle Donne del Kurdistan in Abya Yala–America Latina
Alleghiamo alcuni link con informazioni importanti:
https://kurdlat.org/resistencia-sexmeqsud-periodismo/
https://kurdlat.org/leccion-alepo-realidad/
https://espanol.anf-news.com/rojava-norte-de-siria/mazloum-abdi-se-ha-alcanzado-un-acuerdo-para-la-evacuacion-segura-de-la-poblacion-57305