Chiudersi a Circolo: come confrontarsi con una societa’ disintegrata

Chi propone uno scenario piatto di omologazione e repressione del dissenso nel nome della civilta’ non ha certo nei suoi propositi una societa’ a tutto tondo. La linea diritta della prigione e della reclusione lascia il campo a una piattaforma di inclusione forzata, pena la segregazione volontaria da spazi pubblici e privati interdetti. Tocca chiudersi a circoli, per ritrovare coesione e fulcri intorno a cui fare i propri passi. La non sottomissione al progetto di una societa’ scientifica in cui l’orizzonte democratico e’ manovrato dall’alto prevede la non adesione alle piattaforme di espressione del dominio.

Non e’ questione di reinventare l’acqua calda, abbiamo molteplici strumenti a nostra disposizione – ma quello che piu’ ci serve lo abbiamo surgelato nella scatola cranica. Il calore servira’ per sciogliere i ghiacciai perenni che irrigidiscono le dinamiche sociali al punto di non riconoscere piu’ il rigor mortis di una societa’ che ai raggi del sole si mostra marcia e putrefatta fino al midollo.

Chiudersi a circoli implica il riconoscimento di un inizio, e di una fine, di ogni percorso, comprendere i limiti entro cui ci muoviamo: creare forme labili ma allo stesso tempo perfette, forme che si possono aprire, allargare, rimpicciolire, estendere. Cio’ che conta, e’ agire la chiusura. La comunicazione circolare e’ un fluire di coscienza ed una messa in gioco atta a trasformare il mondo in cui viviamo, e’ il trovare nel limite l’ebbrezza della barriera da abbattere. Per potersi dare degli obiettivi e lavorare per superarli occorrono forze in circolo.

Hanno disintegrato cosi’ a fondo ogni idea di societa’, erodendo la coesione che ne era a fondamento, che oggi possiamo appellarci soltanto ad un’integrita’ sepolta da strati di ideologia, religione e conformismo. Quell’integrita’ individuale dovra’ tornare a risuonare nella nostra comunicazione, nel circondario, nella nostra espressione, fuori dalle briglie dell’ideologia. La struttura sociale da rimettere al centro della nostra intenzione, in un processo espansivo, dovra’ fare i conti con bisogni e necessita’ crescenti, fuochi su cui incanalare energie. A quel gesto arcaico di condividere pane, fatica e sudore dovremo velocemente riabituarci perche’ solo nella comune organizzazione potremo allontanare l’ipocrisia servile.

Comune organizzazione non ha nulla a che vedere col fare fronte comune perche’ fare fronte tipizza le forme piatte mentre a noi interessano i cerchi. E come si possa continuare a dare credito alle forme organizzate del dominio, prima tra tutte lo stato, per noi lupi Mat rimarra’ sempre un mistero della fede.

Nelle piazze italiane, che l’opposizione popolare al green pass venga cavalcata da teste quadre armate di tricolore pare l’atteso risultato di una sinistra campagna, tanto globale quanto progressista, militar-vaccinale, all’insegna della concertazione con i poteri forti e della fede nelle soluzioni sperimentali iniettabili del libero mercato. La Cgil, alfiere dell’estensione del trattamento sanitario obbligatorio a tutti i lavoratori, merita tutto il nostro disprezzo. Non importa se destra e sinistra rappresentino facce opposte della stessa medaglia o, forse, lotte intestine tra nuovi e vecchi fascismi: quelle che rimangono nella sostanza sono le dinamiche obbligate di chi non vuole mettere in discussione i meccanismi del potere e se ne fa braccio, piu’ o meno armato.

Chi non vuole appiattirsi sulle parole d’ordine dei mass merda fara’ bene a tenere a mente gli avvertimenti del vecchio lupo Mat. La responsabilita’ storica dell’aver abbandonato il campo della lotta e i lavoratori, lasciando immensi spazi di agibilita’ politica a un coacervo di testone quadre, sovranismi new age e braccia tese e’ interamente del globalismo progressista, quel vicolo cieco di benpensante ipocrisia di cui si fa da tempo interprete la sinistra. Il fitto parlamentare che sta nascendo tra piu’ o meno ufficiali sovraintendenti all’ordine pubblico ed aspiranti capibastone di greggi confuse e’ solo la punta di un iceberg miscelato al plutonio.

La resistenza non abita adunate, commemorazioni, e neanche di impotenza manifestazioni. Abita altrove, nei limiti da superare, nell’ottica circolare da incarnare – quella e’ l’ottica giusta che non ti offusca la vista – lontano dal gregge, fuori da ogni pista – okkio al lupo mannaro anarco taoista

Riflessioni sul passaporto sanitario

La scelta governativa dell’istituzione di un passaporto sanitario per poter andare … a lavorare… mette in conto l’aperta discriminazione di chi osteggi la narrativa ufficiale relativa alla pandemia, pur di arrivare volenti o nolenti all’istituzione del ministero della verita’.

Qualsiasi sapiens, con cervello autonomo in dotazione, rabbrividisce di fronte a quella che viene presentata come un’opzione “insindacabile” in quanto “sorretta dal metodo scientifico”, per le evidenti analogie ai regimi autoritari del passato. Nel totalitarismo morbido,  o come preconizzato mezzo millennio fa da La Boetie’, nel tempo della servitu’ (oggi reclusione) volontaria, violenza fisica e coercizione diventano mezzi arcaici (… pur sapendo che, quando servono, i nostalgici non mancano mai …) ma la maggior parte del lavoro di irregimentazione e’ prettamente psicologico.

Lo spargere terrore alla bisogna e’ da sempre stato compito dei mass media, nel ruolo di quarto stato, ma nel conflitto tra giornalismo e controinformazione gioca un ruolo di primo piano la figura del debunker, novello cortigiano del minculpop (ministero della cultura popolare).

L’incapacita’ di ragionare e discernere con la propria testa e’ un potente risultato di (anni? decenni? secoli?) di vacanza cerebrale, la famosa ginnastica d’obbedienza che inizia presto nella vita sociale: nelle istituzioni di ogni ordine e grado, a scuola, in parrocchia, al lavoro.

Pensare l’uomo come animale gregario e’ un’idea del potere, riuscita alla fine a travalicare i confini, un tempo ristretti, dell’establishment culturale. Se un tempo, un secolo fa, essere di “sinistra” significava essere ancorati a idee di emancipazione, di sciogliere catene e costrizioni, nell’ottica di un ipotetico progresso sociale, oggi il soggetto sociale homo sapiens e’, nel poco fervido immaginario comune, soppiantato da un nuovo soggetto, l’homo tecnologicus.

Ritorna in auge l’icona sempreverde del capitalismo, quel falso self made man forgiato ad arte, alla bisogna, al passo coi tempi della scienza & della tecnica. L’omologazione alla nuova norma diventa un requisito necessario per accedere a una realta’ … aumentata, quel tanto che basta, per contraffarre una vita all’insegna della sottomissione e della perdita di autonomia.

Un self made man che, nella perdita di ogni possibilita’ di controllo sulla propria vita e sulle proprie scelte, diviene gregario per necessita’, rappresenta un’antica profezia che viene a compimento: quella della natura maligna e disumanizzante del potere.

L’unico progresso perseguito dall’orgia dei tecnocrati riguarda l’assoggettamento globale al campo di forza prescelto. Per entrare a pieno titolo nell’era del transumanesimo tocca abbandonare feticci e categorie dell’arcaico passato: usare l’intelletto e’ roba da boomers, totalmente decontestualizzata in un inferno presente di interiorizzazione dell’attitudine smart.

Tra le poche armi a nostra disposizione figura la passione, quella passione per la liberta’ che e’ piu’ forte di ogni autorita’. Un campo minato da molteplici interferenze, atte a screditarne sia la potenza che il significato, che e’ ora piu’ che mai necessario rimettere al centro del se`: non esiste nulla di piu’ automatizzato di un razionalista svuotato di ogni empatia.

La storia si fa nelle piazze ma si consuma nelle aule di tribunale

La storia si fa nelle piazze ma si consuma nelle aule di tribunale

(l’autore dello scritto usa il plurale maiestatis per volonta’ di potenza)

Non ha molto senso partire dalle accuse di un pubblico ministero e amplificate da scribacchini in costante ricerca di affiatamento col padrone per tirare a campare. Uno sbraitare che non ci interessa minimamente.

Gli ideali di giustizia e liberta’ a cui diamo corpo fanno parte di una lunga tradizione, che mai si e’ sopita e mai si sopira’ semplicemente per il fatto che e’ un portato della vita, della passione, e soprattutto della non rassegnazione al mondo di merda in cui ci vogliono rinchiudere.

Un mondo di umiliazione, sopraffazione ed algoritmica prepotenza, un mondo normalizzato all’accettazione di ogni imposizione.

E cosi’ quel giorno, nella gestione militare inaugurata al g8, con grate di ferro alte 3 metri per nascondere quattro stronzi, decine di sbirri in assetto antisommossa con i loro lanciagranate ci volevano gasare, e in effetti ci sono in parte riusciti.

Ma ancora fischiava il vento in corvetto, e respingeva i gas al mittente, andando a stazionare sulla ventina di teste rasate costrette ad inalazione perpetua.

Tecnicamente, e’ stato l’operato del vento, in sinergia con l’azione dei tutori dell’ordine, a disperdere il comizio del partito fascista legalmente ricostituito.

E quando le vetrine di Mangini sotto il colpo delle granate della polizia sono andate in frantumi, abbiamo tutti pensato – e’ vero – all’esproprio delle fragranti brioche del merda, ma – lo ripeto – e’ stata solo compartecipazione psichica.

uno dei partecipanti ai “fatti di piazza corvetto” del maggio 2019

25 Aprile 2021

25 aprile 2021

il vecchio racconta che solo i pesci morti nuotano nella corrente e, da quel lontano 1945 ad oggi, la corrente - diventata un fiume in piena - ha divelto ogni argine.

Certo bisogna farne di strada, da una ginnastica d'obbedienza,fino ad un gesto molto più umano che ti dia il senso della violenza
Però bisogna farne altrettanta per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni

La narrazione, nella pretesa autonomia delle scienze dal consesso delle arti, si è fatta nel tempo sistema. Un sistema di liquefazione politica, in cui i valori e i riferimenti adottati, oramai informi, assumono via via le sembianze dei diversi containersche li ospitano.

Arrivando da decenni di avallamento delle forme più estreme di marketing dello stesso stantio prodotto, che porta il nome di società civile, ci troviamo oggi di fronte alla liquidazione di intere comunità e al loro fatalistico upgradetecno-sociale.

Nuotiamo nella corrente madre di tutte le incomprensioni, un oceano, popolato da zombies, chiamato senso civico.
Possiamo venir educati alle buone maniere, alla cura e al rispetto verso il prossimo, alla solidarietà. Ma al senso civiconon vieni educato bensì istruito.

Nell'implementazione del set di istruzioni del nuovo ordine mondiale, nell'atto di trasformare il libero arbitrio in obbedienza, il primo stepè rappresentato dalla paura, il secondo dalla perdita di fiducia nell'umanoin quanto tale, il terzo dalla catastrofe.

Fanculo ad Alexa, all'avvento del feticcio intelligenza
artificiale
,alla piccola talpa autoritaria e all'aquila imperiale.

Rimbocchiamoci le maniche, insieme, per riafferrare il timone della storia. Il treno determinista corre a folle velocita' lungo il binario morto, le sue carrozze politiche ammuffite. Ricominciamo a camminare.

la nostra passione per la libertà è più forte di ogni autorità

 

Io ero Sandokan

(tratta da C'eravamo tanto amati, di Ettore Scola - Musica di Trovaioli)

intro:
Am
D
Am
D
Am

Am
E
Am
F
G
C

Marciavamo
con l'anima in spalla nelle tenebre lassù

F
G
E
Am
F
G
E

Ma
la lotta per la nostra libertà il cammino ci illuminerà

Am
E
Am
F
G
C

Non
sapevo quale era il tuo nome neanche il mio potevo dir

F
G
E
Am
F
G
Am
D
Am

Il
tuo nome di battaglia era Pinin e io ero Sandokan

Am
E
Am
F
G
C

Eravam
tutti pronti a morire ma della morte noi mai parlavam

F
G
Am
E
Am

Parlavamo
del futuro se il destino ci allontana

F
G
Am
F
G
Am
D
Am

Il
ricordo di quei giorni sempre uniti ci terra

Am
E
Am
F
G
C

E
ricordo che poi venne l'alba e poi qualche cosa di colpo cambiò

F
G
Am
E
Am

Il
domani era venuto e la notte era passata

F
G
Am
F
G
Am

C'era
un sole su nel cielo sorto nella libertà.

 

 

Il tempo della reclusione “volontaria” avanza e si dilata a dismisura

Condividiamo questo scritto ricevuto in aprile.

Quella che era stata spacciata per prevenzione si rivela essere, sempre più chiaramente, una tecnica di *addomesticamento*.
La prima, infatti, mette immediatamente in campo tutte le misure realmente efficaci, quindi necessarie, per anticipare ed evitare il diffondersi delle patologie; l’addomesticamento, invece, presuppone la gradualità dell’addestramento, fino ad ottenere la totale obbedienza e sottomissione.

Ci hanno infantilizzate/i in base ad un concetto distorto che vede i bambini non come esseri dotati di propria autonomia ma come figli su cui esercitare la propria autorità e ci hanno ammorbate/i con continui consigli su come trascorrere il nostro tempo blindato – cosa leggere,
come scopare, cosa cucinare, come vestirsi, quanto dormire, cosa cantare e a che ora, come e quando lavarsi le mani, …

Hanno dispiegato apparati di controllo e repressione costosissimi – polizie, eserciti, droni, elicotteri, guardie costiere, telecamere, e varie altre amenità – contro chi “si permette” di fare un po’ di movimento all’aperto, di portare il proprio figlio a prendere un po’ d’aria, di salutare un’amica, di comprarsi una matita, di fermarsi per strada ad annusare un fiore, di guardare un tramonto, di commemorare le partigiane e i partigiani (ormai diventato un reato di “resistenza”

<https://radiocane.info/milano-cronaca-25-aprile quarantena/>)

e perfino di sudare
<https://iltirreno.gelocal.it/versilia/cronaca/2020/04/26/news/rischia-di-prendere-una-multa-perche-era-sudata-sulla-strada-1.38762193>!

Hanno sollecitato la pratica infame della delazione ripescandola dal ventennio fascista e ora arrivano, con una rinnovata *polizia dell’anima*, a cercare di *violare definitivamente la nostra intimità invadendo la nostra sfera relazionale* e stabilendo chi potremo vedere e chi no nella pagliacciata che chiamano “fase 2″ – e che in realtà
dovremmo chiamare “fase che 2 ovaie!” (grazie, Giò, per questo geniale *detournement*!).

Ed ecco riemergere il clerico-fascismo “mai morto” (proprio come suona il motto della X Mas!) che (im)pone al centro delle nostre vite *‘a famigghia*: ci dicono che potremo vedere i parenti – se pure con misura e senza riunioni familiari. Ma guai se ci si incontra con chi pare a
noi!

Adesso basta!

Nessuno riuscirà mai a disciplinarmi né ad immiserirmi in questa logica familista, di cui si nutre anche lo *ius sanguinis*! Io voglio vedere le mie amiche, le mie compagne di vita, e le vedrò (una l’ho già riabbracciata, tiè!).

I miei genitori sono morti da decenni, grazie a questa “civiltà” cancerogena, e dei legami di parentela rimasti ne faccio volentieri a meno. C’è, per me, una differenza fondamentale tra la parentela – che è casuale – e le relazioni che, invece, mi sono scelta e mi hanno nutrita negli anni, come c’è un abisso tra la *vera sorella* e la *sorella vera*.

Quando, nel 2016, ho attraversato l’esperienza del cancro e mi avevano pronosticato pochi mesi di vita, accanto a me ho voluto le mie compagne di vita e le mie relazioni autentiche. Non i parenti. La forza di queste relazioni è stato uno degli elementi della mia guarigione – “guarigione miracolosa”, a detta dei medici.

A differenza dei preti, non credo nei miracoli ma nella forza dell’autodeterminazione, di quel grande dono che il movimento delle donne mi ha fatto quando ero adolescente!

Quella stessa autodeterminazione, che di fronte ad una prognosi infausta ha guidato le mie scelte terapeutiche, alimentari, lavorative, esistenziali e relazionali, oggi è più forte che mai.

Non mi sono fatta sovradeterminare dalla paura del cancro, non vedo perché dovrei farmi sovradeterminare da quella del covid, che cercano in tutti i modi di instillarci.

In Italia il cancro è la seconda causa di morte. Non lo dico io, ma le statistiche
<http://www.nicolettapoidimani.it/wp-content/uploads/2020/04/C_17_notizie_3897_0_file.pdf>
.
Quali governanti si sono mai preoccupati di rendere questa società meno cancerogena?
Nessuno. Perché la scelta è sempre tra il profitto e la vita altrui dal punto di vista del capitale, e tra il pane e la propria vita – intesa come qualità della vita e non come mera sopravvivenza – dal punto di vista del lavoro.

Nel 1976 abitavo accanto a Seveso <http://www.nicolettapoidimani.it/wp-content/uploads/2020/02/Atti_TOPO.pdf> e, come me, decine di migliaia di persone. Andassero a vedere l’incidenza del cancro in chi abitava o ancora abita quelle zone, lor signori che oggi pretendono “in nome dalla scienza” di decidere al
posto nostro cosa sia “salutare” e cosa no.
E a cosa è servita la “direttiva Seveso”? La riposta è a Taranto, nella “terra dei fuochi”, a Carrara e in numerose altre zone di questo paese, così come in questo intero pianeta *spolpato dai predatori* – come direbbe Toni Morrison – e da quegli stessi predatori avvelenato.

La mia laica *pietas* non può essere solo nei confronti dei morti per covid-19, per altro causati in gran parte dall’inettitudine, dagli intrallazzi e dalle politiche dei vari governi locali e nazionali – si veda il caso dello sterminio di anziani nelle Rsa.

La mia laica *pietas* ha urlato davanti all’impossibilità di abbracciare per l’ultima volta un caro amico in fin di vita – non per covid, perché si continua a morire anche per altre ragioni sia chiaro!

Mai come davanti alla sua morte ho sentito il peso di questa reclusione forzata che diventa lontananza straziante dagli affetti e dalla condivisione anche del dolore e del lutto, che sono la cifra dell’umano.

Allora si fottano lor signori col loro linguaggio bellico di fronte alle malattie. Per me nemmeno il cancro è stato un nemico da combattere, ma un modo in cui il mio corpo chiedeva di essere ascoltato e, al contempo, indicava
i veri nemici nei predatori e negli avvelenatori della terra.

E si fottano ancor più, lor signori, con le loro direttive e con l’insopportabile ed ipocrita arroganza di stabilire per me quale sia “il mio bene”.

Il mio bene è autogestire la mia salute. Il mio bene è tornare ad abbracciare le mie amiche, a condividere con le mie compagne di vita. Il mio bene è annusare il profumo della primavera e contemplare le montagne. Il mio bene è continuare a lottare contro l’ingiustizia sociale. Il mio bene è nella mia etica e nelle mie relazioni.

Sono femminista. Mettetevelo bene in testa: la vita è mia e me la gestisco io!

Una riflessione sulla chiacchierata fatta al Circolo su Lesbo

L’isola di Lesvos dista 4 miglia dalla costa Turca, e parecchie miglia dalle isole piu’ vicine. E’ un’isola abitata da circa 80mila persone, e dimora di una decina di milioni di piante di ulivo.

Grande circa il doppio dell’isola d’Elba, in questi anni e’ finita nelle cronache per il suo ruolo chiave nello spostamento di masse di diseredati. Dalla Turchia premono per entrare nella “fortezza Europa” persone provenienti da tutti i paesi in cui il ruolo dell’occidente nell’esportare democrazia si e’ svolto primariamente in ambito militare.

Masse di profughi si riversano verso quel sogno europeo in fretta ribattezzato “Eutopia”, pedine di giochi politici e umanitari globali.

Parrebbe che per la cifra di 20.000 euro i trafficanti li imbarchino dalla Turchia con destinazione Lesvos, uno degli ingressi per la fortezza europa. Alle emittenti televisive turche gli scafisti intervistati dichiarano di farlo a titolo gratuito… per levarceli di torno.

A Lesvos e’ stato allestito un campo, aperto, che puo’ ospitare 25mila persone, con una piccola prigione (capienza 150 persone circa) all’interno.

Centinaia di ONG, Eurorelief in testa (mormoni?), si
alternano sul campo. La gestione dell’assistenza assicura la piena integrazione alla logica di mercato: mentre 25000 persone vengono costrette in una unica coda per elemosinare un pasto al giorno, allo stato rimane da amministrare la pratica burocratica. La gestione della
sicurezza e’ affidata all’agenzia europea Frontex.

I tentativi di portare aiuto fuori dalla logica dell’assistenza si devono scontrare con le molteplici organizzazioni neo-naziste europee, spesso aiutate dalla polizia, che si rendono protagoniste di agguati.

Ne citiamo uno degno di nota: Un cordone di polizia circonda un campo di profughi afghani. Da dietro il cordone, per ben 8 ore sono continuati lanci di pietre su queste famiglie afghane, protette dalla lapidazione da drappi e lenzuola stese.

In Turchia, dove non ci sono campi, e’ prevista unicamente la detenzione, fino ad un anno. Scaduto il termine, viene il conseguente “liberi tutti”, cui puoi accedere anzitempo con la classica cagnotta.

Il conseguimento, per quei pochi che riescono a fare la “carriera burocratica”, dello status di rifugiato porta all’ottenimento di un passaporto azzurrino che non ha alcun valore fuori dall’Europa.

Rifugiati a vita, in attesa di essere presi in carico dai nuovi “datori di diritti civili”. Meccanismi gestiti e controllati dalla commissione per le migrazioni dell’unione europea, mentre in Europa si leva il risentimento verso gli “irregolari”, rei di non poter accedere a titoli di viaggio che vengono loro negati.

Fermarsi ad invocare il rispetto della legge dei padroni testimonia l’irrimediabile sprofondamento nell’abisso della barbarie chiamata civilta’. L’umanita’ intera sta andando a farsi fottere.

Quella che giunge da ogni dove, con la rapida dissoluzione dei legami comunitari, e’ una chiamata all’assunzione di responsabilita’ individuale. Che ogni singolo ritorni a rispecchiarsi nel prossimo, chiarendo le idee su affinita’ e divergenze.

Occorre radicalizzare l’empatia per arginare il mostro sociale che avanza.

Rete di scambio

Reti di scambio esistenti. Qualche spunto di
riflessione.

L’idea di lavorare per guadagnare del denaro e’ cosi’ inveterata che un’economia che non parta da questo presupposto lascia inizialmente di stucco.

Voglio parlarvi della nostra Rae de cangiu a Torsio. La nostra moneta e` la palanca, che ha un valore equivalente all’euro. Tutto cio’ che misuri in euro, lo puoi misurare con le palanche.

La continuita’ inoltre sta nel fatto che, come da antiche tradizioni, le palanche non si accumulano.

Siamo cosi’ abituati alla relazione mercantile “do ut des” che facciamo fatica anche solo a ipotizzare che un’altra relazione di scambio sia alla nostra portata.

Chi partecipa alla Rae a Torsio condivide mutualmente la responsabilita’, e la gestione, della propria economia di rete. Il principio ispiratore e’ che ognuno di noi all’interno della rete ha un bilancio tra crediti e debiti. Tutti partono inizialmente col bilancio a zero.

Quando compriamo qualcosa da qualcuno, quel qualcuno registra sulla rete la transazione: Il venditore ha un attivo di 100 palanche, il compratore e’ in rosso di 100 palanche.

La propria esposizione in bilancio e’ la nostra cartina di tornasole nella rete e serve ai venditori per valutare se concludere transazioni o meno con noi. Ma lo scambio prescinde dalla disponibilita’ di palanche. Viene contratto un debito verso la Rae e non verso il venditore. Il venditore registrando la transazione acquisisce le palanche che gli permettono di comprare a sua volta dagli altri venditori e cosi’ via.

Il compratore dal canto suo ha il bilancio in rosso, e se continua a comprare senza mai vendere nulla a nessuno, il suo conto in rosso continuera’ a salire. Arrivato a un sacco di palanche, qualcuno della Rae potrebbe dirgli che cosi’ la rete non puo’ funzionare. Potrebbe anche dirgli che, superata la soglia del sacco di palanche di rosso, entra in uno stato critico dove gli altri soci non vogliono piu’ avere a che fare con lui… a meno che non cacci la grana: facendo da banca, dotando la rete dell’equivalente in euro delle palanche da lui (ab)usate, ottiene l’equivalente del ricomprarsi il debito per poter ripartire da zero. Un segnale del non perfetto funzionamento della Rae, che tuttavia fornisce la Rae di una disponibilita’ monetaria all’interno dell’economia di mercato in cui e’ immersa…  ad esempio, la Rae potrebbe comprare le preziose palanche dei soci in cambio del vile danaro, se un socio della Rae ha bisogno di liquidita’. Ogni scenario apre risvolti inediti ma nel caso peggiore al massimo ci si puo’ incagliare nell’economia di mercato da cui si era partiti.

Una rete del genere, innestata su un percorso di mutualita’ e autogestione in continuo confronto col il dissolvimento delle comunita’ locali e la dispersione nella cosiddetta comunita’ globale, serve a dare linfa a percorsi di transizione verso altri orizzonti.

Nella Rae non puoi comprare con le palanche tutto cio’ che compri in euro. Ma non tutto cio’ che puoi comprare con le palanche  lo potrai comprare nell’economia di mercato.  La grana infatti, diversamente dalle palanche, la devi prima acchiappare.

Seguendo il Link https://www.community-exchange.org/home/join/ ci si puo’ iscrivere, selezionando “Italy” e poi “Rae de Cangiu a Torsio” alla Rae. Dajeee

 

via per santa vittoria 121 Sestri Levante. basse_frequenze@resist.ca diapason@lists.resist.ca