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MATERIALI DI INTELLIGENCE MILITARE NON POSSONO FONDARE PROCEDIMENTI PENALI

L’AULA DI GIUSTIZIA NON È UN CAMPO DI BATTAGLIA

COMUNICATO STAMPA 12.1.2026

VERSIONE ITALIANA (ENGLISH VERSION BELOW)

La udienza al Tribunale del riesame per la scarcerazione si terrà al Tribunale di Genova venerdì 16.1 dalle 9. L’esito potrebbe anche essere comunicato in serata.

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I sottoscritti difensori dei coinvolti nel procedimento per asserito finanziamento del terrorismo in corso a Genova ritengono doveroso intervenire pubblicamente per denunciare una grave torsione dei principi dello Stato di diritto, della cooperazione penale internazionale e delle garanzie fondamentali del processo penale, a partire dalla presunzione di innocenza, ancora una volta apertamente violata.

L’iniziativa giudiziaria in atto sul presunto finanziamento del terrorismo non riguarda condotte penalmente accertate, bensì la trasmissione e circolazione di informazioni acquisite in uno scenario di guerra, provenienti da un contesto di conflitto armato in corso e prodotte da apparati di sicurezza stranieri.

Va chiarito con assoluta nettezza: non si tratta di prove giudiziarie, ma di materiale di intelligence. Informazioni non validate, non sottoposte a controllo giurisdizionale, prive di contraddittorio e delle garanzie minime di attendibilità richieste in uno Stato di diritto.

È un dato incontestabile che lo Stato di Israele rifiuta sistematicamente di sottoporsi alle regole della giustizia penale internazionale, sottraendosi persino alla giurisdizione della Corte penale internazionale anche a fronte di gravissime e documentate ipotesi di crimini internazionali. È dunque giuridicamente e politicamente inaccettabile che lo stesso Stato pretenda, al tempo stesso, di strumentalizzare i meccanismi di cooperazione penale internazionale per esportare all’estero ipotesi investigative unilaterali, non verificate e funzionali a un conflitto armato in corso.

Nessun giudice israeliano ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate. Esse restano integralmente appannaggio dei servizi di sicurezza, che operano sotto il diretto controllo dell’esecutivo e all’interno di una logica dichiaratamente bellica. Importare tali materiali nel processo penale significa abbattere la distinzione, essenziale in una democrazia, tra guerra e giustizia.

A ciò si aggiunge un dato che non può essere ignorato: procedimenti del tutto analoghi, avviati in passato in diversi tribunali italiani sulla base di presupposti investigativi sovrapponibili, sono già stati archiviati dopo approfondite indagini dalla magistratura italiana, evidenziando l’assenza di elementi penalmente rilevanti e l’inidoneità del materiale informativo trasmesso a sostenere un’accusa in sede giudiziaria.

Riproporre oggi le stesse ipotesi significa perseverare in una logica investigativa che ignora deliberatamente i precedenti giudiziari e svuota di senso il principio di legalità.

È particolarmente grave, inoltre, che la presunzione di innocenza venga sistematicamente calpestata attraverso dichiarazioni pubbliche e narrazioni mediatiche di stampo colpevolista, che anticipano il giudizio e trasformano l’indagine in una condanna, in aperto contrasto con l’articolo 27 della Costituzione, con il diritto europeo e con i principi del giusto processo.

L’utilizzo di informazioni di origine meramente intelligence come fondamento di procedimenti penali interni rappresenta un pericoloso slittamento verso un diritto penale del nemico, in cui categorie e strumenti propri della guerra vengono trasferiti nella giustizia ordinaria, con effetti devastanti sui diritti fondamentali.

Denunciamo infine il rischio concreto di una criminalizzazione indiretta di un’intera comunità, colpita non per fatti penalmente accertati, ma per legami culturali, religiosi e solidaristici con una popolazione coinvolta in un conflitto armato.

Excursus Legale sulla Questione Agricola

Piccola Proprieta’ Contadina:

L’Agenzia delle entrate ha precisato che per fruire dell’agevolazione non è più necessario che ricorrano le condizioni precedentemente previste dalla legge 6 agosto 1954, n. 604, ovvero circostanza che l’acquirente dedichi abitualmente la propria attività alla lavorazione della terra, l’idoneità del fondo alla formazione o all’arrotondamento della piccola proprietà contadina e la mancata alienazione nel biennio precedente di fondi rustici di oltre un ettaro. Pertanto, non è più necessario richiedere all’ispettorato provinciale agrario il certificato (prima provvisorio e poi definitivo) che attesta la sussistenza dei requisiti al fine dell’applicazione del regime agevolato (Risoluzione 17 maggio 2010, n. 36/E). Il certificato, che già era stato escluso per gli imprenditori agricoli professionali, non è più necessario neppure per i coltivatori diretti. In entrambi i casi, la presenza dei requisiti previsti dalla nuova normativa viene dichiarata dal coltivatore diretto o dall’imprenditore agricolo professionale direttamente nell’atto di acquisto.

L’Agenzia delle entrate ha espressamente riconosciuto che l’agevolazione Ppc può essere richiesta anche quando il socio conferisce in una società agricola i propri terreni agricoli (e fabbricati accessori), nonostante la lettera della legge faccia riferimento soltanto all’acquisto mediante atto di compravendita (Risoluzione 4 gennaio 2008 n. 3).

Recentemente l’agevolazione per la piccola proprietà contadina è stata estesa, per la prima volta, a favore di soggetti che non hanno la qualifica di coltivatori diretti o imprenditori agricoli professionali, e non sono iscritti nella relativa gestione assistenziale e previdenziale.


Con la consulenza giuridica n. 2 del 25 gennaio 2022 l’Agenzia delle entrate ha chiarito che lo svolgimento di attività agricoleconnesse” da parte di una cooperativa agricola di conferimento (o da un consorzio di cooperative agricole), che commercializza i prodotti conferiti dai soci, non dà luogo ad operazioni imponibili ulteriori rispetto alle cessioni di beni dai soci al sodalizio e da questo ai terzi.

L’istanza di parte

La tematica oggetto di consulenza riguarda il trattamento IVA delle attività agricole connesse alla vendita, svolta da cooperative agricole di conferimento (o da un consorzio di cooperative agricole) che, a seguito del conferimento del prodotto agricolo da parte dei soci (o delle cooperative consorziate), si impegnano a commercializzarlo o valorizzarlo.

Nel caso prospettato, a seconda di quelle che sono le effettive modalità di esercizio delle attività statutarie di commercializzazione dei prodotti agricoli, i soci cooperatori (o le cooperative associate), hanno facoltà di scegliere se la cessione del prodotto, nel caso specifico cereali (frumento, mais, soia, orzo) avvenga a date predeterminate oppure secondo scelte operate esclusivamente dalla cooperativa (o dal consorzio).

Le differenti modalità di vendita, la cui scelta risponde all’esigenza di tutelare in via esclusiva l’interesse del socio conferente nel rispetto dello scambio mutualistico che caratterizza i sodalizi cooperativi, ha un diverso impatto in termini di attività e di costi di conservazione del prodotto medesimo.

Nel primo caso, infatti, conosce a priori quale potrà essere l’impatto dei costi di conservazione del prodotto mentre se la scelta di vendita dipende esclusivamente dalla cooperativa (o dal consorzio) i costi varieranno a seconda del momento di effettuazione della vendita, che potrà avvenire ad esempio immediatamente dopo la consegna o dopo un periodo di ventilazione” che occorre per mantenere il prodotto “adatto alla cessione”.

A tal riguardo l’istante chiede all’Agenzia delle entrate di sapere se le attività amministrative svolte dalla cooperativa sui beni conferiti dai propri soci (trasformazione, manipolazione, valorizzazione, conservazione e commercializzazione dei prodotti agricoli conferiti dai soci) configurino o meno prestazioni di servizi rilevanti ai fini IVA.

L’istante ritiene in particolare che le attività tra cooperativa e soci conferenti (o tra consorzio e cooperative) rilevanti ai fini IVA siano soltanto le operazioni di cessione di beni e non di prestazione di servizi.

La posizione dell’Agenzia delle entrate

L’Amministrazione finanziaria ha ritenuto sostanzialmente corretta l’interpretazione proposta dalla cooperativa istante, richiamando sul punto la risoluzione n. 65/E del 12 giugno 2012 in materia di trattamento ai fini IVA delle attività agricole “connesse”, svolte da una società cooperativa agricola che commercializza i prodotti agricoli conferiti dai propri soci.

In primo luogo, in ragione dell’art 2135, co. 3 del cod. civ. si intendono connesse “le attività, esercitate dal medesimo imprenditore agricolo, dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali, nonché le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla legge.”

Ciò premesso, la risalente prassi dell’Agenzia delle entrate aveva già chiarito che nelle cooperative agricole, che ai fini civilistici e IVA si qualificano come “produttori agricoli”, è ravvisabile un rapporto di continuità tra socio cooperatore e sodalizio nello svolgimento delle attività agricole, ivi comprese quelle connesse di cui all’art. 2135 cit.

Nell’ambito delle attività di commercializzazione dei prodotti conferiti, quindi, le attività connesse non costituiscono autonome prestazioni di servizi rese dalla cooperativa ai soci, ma “rappresentano una fase dell’attività di commercializzazione svolta dalla cooperativa per conto dei soci” dirette a realizzare una migliore produttività del prodotto.

Con la consulenza giuridica dello scorso 25 gennaio l’Agenzia delle entrate ha deciso di dare continuità a tale orientamento perché il contesto normativo in argomento non è mutato nella sostanza.

In conclusione, quindi, fino a quando le attività svolte dalla cooperativa agricola siano da ritenersi connesse ai sensi dell’art. 2135 cc, le stesse non danno luogo ad operazioni imponibili ulteriori rispetto alla cessione dei beni (dai soci all’ente e dall’ente ai terzi), che resta l’attività principale esercitate dalla cooperativa agricola a favore dei soci (o dal consorzio a favore delle cooperative associate).

Aspetti fiscali della impresa agricola: le attività agricole per connessione

di Isabella Buscema

Quali sono le cosiddette le attività connesse all’impresa agricola (manipolazione, commercializzazione e trasformazione) aventi ad oggetto prodotti agricoli acquisiti prevalentemente da terzi? Analizziamo come vanno tassati i redditi agricoli in base alle regole del Testo Unico

Fiscalità delle attività agricole connesse – Premessa

L’attività di controllo del Fisco è indirizzata nei confronti di imprese che svolgono le cosiddette attività connesse (manipolazione, commercializzazione e trasformazione) aventi ad oggetto prodotti agricoli acquisiti prevalentemente da terzi.

Le attività essenzialmente agricole

Occorre differenziare l’attività essenzialmente agricola (la coltivazione del fondo, la selvicoltura e l’allevamento di animali) dall’attività agricola per connessione.

L’art. 2135 c.c. statuisce che

“è imprenditore agricolo chi esercita una delle seguenti attività: coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse”.

Le attività agricole per connessione

Chi esercita un’attività essenzialmente agricola rimane imprenditore agricolo anche se svolge, oltre a tale attività, una delle attività che si chiamano agricole per connessione.

Le attività connesse, sono attività che nascono come commerciali e che per una fictio iuris, nel momento in cui sono esercitate da un imprenditore agricolo e rispettano determinati parametri predefiniti si considerano connesse con tutte le conseguenze che ne derivano.

Le attività connesse sono di natura commerciali ma, per effetto di una finzione giuridica, vengono equiparate a quelle agricole. Un’attività si considera connessa solamente quando viene esercitata utilizzando prevalentemente1 prodotti provenienti da un’attività agricola per natura (coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali).

Si reputano connesse quelle attività che in sé agricole non sono (tanto che, se esercitate autonomamente, fanno acquistare la qualità di imprenditore commerciale), ma che, se svolte da chi esercita un’attività agricola essenziale, sono giuridicamente assorbite da questa (e perciò non fanno acquisire la qualità di imprenditore commerciale).

Nella circolare 14 maggio 2002 n. 44 l’Agenzia delle entrate ha sostenuto che l’utilizzo di prodotti acquistati presso terzi è ammesso al fine di migliorare la qualità del prodotto finale e di aumentare la redditività complessiva dell’impresa agricola; è il caso, ad esempio, dell’imprenditore vitivinicolo che acquista vino da taglio presso terzi per migliorare la qualità del proprio prodotto.

Tassazione catastale

Le attività agricole connesse possono essere considerate produttive di reddito agrario, e quindi assoggettate alla tassazione catastale, a condizione che siano contemplate nell’elenco contenuto in un apposito Decreto da aggiornare con cadenza biennale2.

E’ considerato agricolo il reddito che l’imprenditore realizza a seguito ad esempio della commercializzazione del vino derivante da un processo di lavorazione di uve ottenute in misura prevalente dalla coltivazione del fondo da lui stesso effettuata. Infatti, in tal caso trova applicazione la norma che prevede che le attività connesse e cioè quelle dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione di prodotti rientrano nel reddito agrario, anche se non svolte sul terreno, purché:

  • i beni e le attività rientrino in quelle previste da un apposito decreto emanato con cadenza annuale;
  • i beni siano ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo.

Da ultimo occorre fare riferimento al Decreto 13.2.2015, pubblicato in Gazzetta Ufficiale 62 del 16.3.20153.

Prevalenza

Sono attività oggettivamente connesse quelle dirette:

  • alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione di prodotti ottenuti prevalentemente da un’attività agricola essenziale;
  • alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata.

In entrambe le ipotesi si fa uso del concetto di prevalenza per delimitare il perimetro della connessione.

Nel primo caso deve trattarsi di prevalenza dell’attività agricola essenziale su quella connessa; nel secondo deve trattarsi di prevalenza, nell’esercizio dell’attività connessa, delle attrezzature e delle risorse che normalmente sono impiegate nell’attività agricola essenziale.

Ad esempio, in presenza di un’attività di servizi svolta utilizzando un trattore normalmente impiegato nell’attività agricola principale e una mototrebbiatrice normalmente non utilizzata per l’attività principale, il requisito della prevalenza andrà verificato sulla base del raffronto tra il fatturato ottenuto con l’utilizzo del trattore nell’attività di servizi per conto terzi (ad esempio, 40mila euro) e il fatturato ottenuto con la mototrebbiatrice (ad esempio, 35mila euro).

Nell’effettuare tale confronto, non possono essere annoverate fra le attrezzature “normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata” della propria azienda beni le cui potenzialità siano sproporzionate rispetto all’estensione dei terreni dell’imprenditore agricolo o che non siano necessari nello svolgimento delle sue colture4.

Le attrezzature impiegate per le prestazioni di servizi devono essere le stesse utilizzate normalmente nell’azienda agricola (p.e. un agricoltore senza animali non può svolgere il servizio di smaltimento liquami per conto di terzi)5; le attrezzature utilizzate nelle attività di servizi devono essere impiegate prevalentemente nell’attività agricola.

Il limite, va ricercato nei criteri di:prevalenza6 dei servizi operati sul proprio fondo o sui propri prodotti rispetto a quelli resi a terzi7;attinenza dell’attività svolta, con l’attività agricola principale.

Diversa tassazione

E’ possibile affermare che:

  • l’attività di trasformazione e manipolazione di prodotti propri indicati nel decreto ministeriale è considerata attività agricola e la tassazione rientra nel reddito agrario;
  • la trasformazione e manipolazione di prodotti agricoli acquistati da terzi, purché compresi tra quelli indicati nel citato decreto, è considerata come attività agricola e quindi si applica la tassazione in base al reddito agrario, purché vi sia integrazione con i prodotti propri e sia rispettato il criterio di prevalenza;
  • l’attività di mera commercializzazione, conservazione e valorizzazione di prodotti acquistati presso terzi determina, invece, reddito d’impresa.

In mancanza della condizione della prevalenza, occorrerà distinguere il caso in cui l’attività connessa abbia ad oggetto beni che rientrano fra quelli elencati nel decreto ministeriale dal caso in cui riguardi beni diversi da questi ultimi.

Infatti, nella prima ipotesi opera la c.d. franchigia e, quindi, sono da qualificarsi come redditi agrari ai sensi dell’art. 32 i redditi rivenienti dall’attività di trasformazione dei prodotti agricoli nei limiti del doppio delle quantità prodotte in proprio dall’imprenditore agricolo (o, nel caso di acquisti per un miglioramento della gamma, nei limiti del doppio del valore normale delle medesime); i redditi ottenuti dalla trasformazione delle quantità eccedenti devono, invece, essere determinati in base alle regole in materia di reddito d’impresa ai sensi dell’art. 56 del Tuir.

Nel caso in cui l’attività di trasformazione o manipolazione riguardi beni che non rientrano fra quelli elencati nel citato decreto ministeriale, non essendo soddisfatto il requisito della prevalenza, esplicitamente richiesto dal menzionato art. 56 bis del Tuir, l’intero reddito prodotto costituisce reddito d’impresa da determinarsi analiticamente in base all’art. 56 del Tuir.

Attività rientranti tra quelle di cui al decreto 13.02.2015:
  1. rispetto della prevalenza – assoggettamento a reddito agrario dell’attività connessa;
  2. mancato rispetto della prevalenza – nel limite del doppio delle quantità prodotte in proprio dall’imprenditore agricolo o del valore normale delle stesse si ha reddito agrario, mentre, per l’eccedenza, il reddito sarà di impresa e quindi determinato analiticamente ex art. 56 del Tuir.
Attività non ricompresa nell’elenco di cui al decreto ministeriale:
  1. rispetto della prevalenza – tassazione forfettizzata ex articolo 56-bis, comma 2 Tuir (COEFFICIENTE DI REDDITIVITA’ DEL 15%);
  2. mancato rispetto della prevalenza – l’intero reddito è reddito di impresa.
Esempi

Nel caso dell’imprenditore agricolo che produce vini utilizzando anche uva acquistata presso terzi, ad esempio, è necessario, affinché possa mantenere lo status di imprenditore agricolo, che l’uva di produzione propria impiegata nel processo produttivo sia quantitativamente superiore a quella acquistata all’esterno.

In tal caso, quindi, l’intera attività di produzione e vendita del vino (effettuata anche attraverso la trasformazione di uva acquistata da terzi) viene qualificata come attività agricola e la tassazione viene regolata secondo le disposizioni che disciplinano il reddito agrario.

Nel caso di un imprenditore agricolo che trasforma uva nera di propria produzione e commercializza il vino rosso che ne deriva dopo un processo di imbottigliamento e che, contestualmente, acquista vino bianco da terzi già imbottigliato, il quadro fiscale è il seguente:

  • limitatamente all’attività di produzione di vino rosso, il produttore è qualificato quale imprenditore agricolo e i redditi che ne derivano sono considerati redditi agrari;
  • l’attività di vendita di vino bianco acquistato presso terzi (poiché non comporta alcuna attività di manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione) è considerata attività commerciale, tassata secondo le disposizioni che regolano il reddito d’impresa.

In conclusione, le sole attività di conservazione, commercializzazione e valorizzazione di prodotti (uva o vino) acquistati presso terzi (poiché tali attività non vengono esercitate congiuntamente ad un processo di trasformazione o manipolazione) non possono essere assoggettate al regime di determinazione del reddito agrario previsto dall’art. 32 del Tuir, ma vengono attratte nel regime di determinazione del reddito d’impresa.

Nel caso in cui un soggetto si occupi dell’acquisto di uve presso un imprenditore agricolo per la successiva rivendita al pubblico l’attività che ne risulta si qualifica come attività commerciale e, in quanto tale, assoggettata alle regole di determinazione del reddito d’impresa.

Della stessa natura è il reddito che si origina dalla vendita di vino ottenuto dalla trasformazione di uve acquistate interamente presso terzi; in tale ipotesi, infatti, il soggetto che produce vino non svolge alcuna attività di natura agricola, né diretta (coltivazione del fondo), né connessa (produzione di vino con uva ottenuta prevalentemente dalla coltivazione del fondo svolta in prima persona), per cui mancano i presupposti affinché tornino applicabili le regole di determinazione del reddito agrario di cui all’art. 32 del Tuir.

Ne deriva che l’attività in questione viene tassata secondo le disposizioni che regolano il reddito d’impresa. Di tipo commerciale è, inoltre, l’attività di vendita al pubblico di vino in bottiglia o alla mescita, quale l’attività esercitata dai commercianti al dettaglio o dalle enoteche.

Anche in tale fattispecie, il reddito che ne deriva si qualifica come reddito d’impresa e segue, ai fini della tassazione diretta, le specifiche regole contenute nel Tuir.

Le attività con reddito d’impresa a determinazione forfetaria

Si applica l’art. 56-bis, c. 2, del D.P.R. 22/12/1986, n. 917, e non la tariffa di reddito agrario se le attività dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione dei prodotti agricoli hanno per oggetto prodotti che sono ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento del bestiame ma che sono diversi da quelli elencati nel D.M. 13/2/2015.

In questo caso il reddito è determinato applicando il coefficiente di redditività del 15% sull’ammontare dei corrispettivi delle operazioni registrate (o soggette a registrazione) ai fini dell’IVA8.

L’ articolo 56-bis del Tuir, prevede una tassazione agevolata mediante l’applicazione di un coefficiente di redditività da applicare all’ammontare dei corrispettivi conseguiti.

Si tratta, in particolare:

  • delle attività connesse relative a prodotti non inclusi tra quelli indicati nel decreto ministeriale D.M. 13/2/2015, cui si applica il coefficiente di redditività del 15%;
  • delle attività dirette alla fornitura a terzi di servizi effettuate mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola principale, cui si applica il coefficiente di redditività del 25%.
I prodotti di terzi: reddito agrario o reddito d’impresa 

Le attività di trasformazione e commercializzazione svolte dall’imprenditore agricolo, possono avere per oggetto anche prodotti acquistati da terzi, alla condizione che:siano prevalenti9 i prodotti propri,;appartengano al medesimo comparto produttivo di quelli realizzati in proprio (es. zootecnico, carne o latte; orticolo; frutticolo…)10.

Per i prodotti agricoli acquistati da terzi e commercializzati , manca la connessione con l’attività agricola principale esercitata per cui il reddito si determina mediante la differenza tra i ricavi ed i costi cioè secondo quanto è disposto dall’art. 56 del Tuir.

La semplice commercializzazione di prodotti altrui è del tutto priva di ogni legame di strumentalità e complementarietà con l’attività di coltivazione del fondo o di allevamento ; pertanto essa non ha natura agricola(11).

Al contrario la trasformazione del proprio prodotto con l’aggiunta anche di prodotti di terzi necessari per miglioralo , assume una funzione strumentale all’attività di produzione .

Ha natura agricola la trasformazione del vino anche con l’aggiunta di altro vino acquistato in misura non prevalente presso terzi.

Analogamente la produzione di conserve o di marmellate giustifica l’acquisto all’esterno di prodotti. Invece per un florovivaista la rivendita di piante e fiori acquistati presso terzi, senza che si sia verificato un incremento qualitativo ha sempre natura commerciale poiché e’ inverosimile che i prodotti propri non fossero vendibili senza la commercializzazione di altri prodotti.

L’attività di manipolazione può conferire tuttavia al prodotto natura agricola; quindi se il produttore acquista piante e poi procede allo svasamento , alla potatura ovvero se attribuisce alla pianta una forma diversa l’attività ha natura agricola.

Nella circ. n. 44/E del 15 novembre 2004, l’Agenzia delle entrate cita l’esempio del produttore di radicchio che acquista radicchio da terzi e, dopo la pulitura ed il confezionamento, lo rivende insieme a quello proprio.

Utilità del tutto indipendenti dall’impresa agricola o comunque prevalenti rispetto ad essa

Nell’attività dell’impresa agricola rientrano, oltre alla coltivazione del fondo, anche le lavorazioni connesse(12), complementari ed accessorie dirette alla trasformazione ed alienazione dei prodotti agricoli, purché, però, sia riscontrabile uno stretto collegamento fra l’attività agricola principale e quella di trasformazione dei prodotti, come finalizzata all’integrazione od al completamento dell’utilità economica derivante dalla prima secondo il naturale svolgimento del ciclo produttivo.

Si deve, invece escludere questo vincolo di strumentalità o complementarietà funzionale quando l’attività dell’imprenditore, oltre a perseguire finalità inerenti alla produzione agricola, risponda soprattutto ad altri scopi, commerciali o industriali, e realizzi quindi utilità del tutto indipendenti dall’impresa agricola o comunque prevalenti rispetto ad essa (Cass., sez. un., 13 gennaio 1997, n. 265; Cassazione 21 gennaio 2013, n. 1344).

Ai fini tributari, l’attività di commercializzazione dei prodotti svolta da un’impresa, per essere considerata agraria per connessione, deve riguardare, almeno prevalentemente, i prodotti propri dell’impresa agricola e non assumere dimensioni tecnico-organizzative tali da assurgere ad attività del tutto autonoma; in nessun caso, inoltre, l’attività di commercializzazione di prodotti acquistati da terzi può considerarsi agraria per connessione, se su detti prodotti l’imprenditore, prima di operarne la rivendita, non esegua alcun intervento (ad esempio, di manipolazione o di trasformazione) idoneo ad inserire in qualche modo i prodotti stessi nel proprio ciclo intermediario per la collocazione sul mercato di prodotti di altri imprenditori, realizzando utilità del tutto indipendenti dall’impresa agricola o comunque prevalenti rispetto ad essa (Cass. 10 aprile 2015, n. 7238).

Onere probatorio

Spetta al fisco l’onere prima di allegare e provare nel giudizio di merito che l’attività di commercializzazione di prodotti di terzi è prevalente e/o che l’attività di lavorazione e commercializzazione dei prodotti dei soci travalichi i limiti previsti, realizzando utilità indipendenti o prevalenti rispetto all’attività agricola.

29 settembre 2017

Isabella Buscema

NOTE

12 Macellazione di animali allevati prevalentemente sul proprio fondo; trasformazione di frutta e di pomodori in conserve; trasformazione delle mele in sidro; trasformazione dell’uva e frutta in marmellata; raffinamento dell’olio; macellazione e vendita di carni; raffinazione e confezione di cera e miele; brillatura del riso; pastorizzazione, imbottigliamento del latte; trasformazione in carbone del legname proveniente dal taglio dei propri boschi.

Società Agricole: i tre requisiti fondamentali

Anche l’attività agricola, che nella maggior parte dei casi ancora si svolge attraverso la forma della ditta individuale o dell’azienda familiare, si è evoluta e adeguata alle strutture societarie già presenti nel nostro ordinamento.

Vediamo di seguito quali sono le possibilità a disposizioni degli agricoltori, nel caso in cui quest’ultimi decidono di svolgere la loro attività in forma aggregata o con una più elevata tutela della responsabilità personale.

Le società agricole possono essere costituite nella forma di società di persone (società semplici, s.n.c. o s.a.s.), società di capitali (s.r.l. o s.p.a.) e cooperative, e per essere qualificate come tali devono essere sempre presenti tre requisiti. Due requisiti sono di carattere formale, riguardano il contenuto dell’atto costitutivo e dello statuto, mentre il terzo requisito, di natura sostanziale, riguarda le persone dei soci o degli amministratori.

IL PRIMO REQUISITO

La società agricola deve avere come oggetto esclusivo l’esercizio dell’agricoltura e delle attività connesse. Tali attività sono individuate dall’art. 2135 del codice civile e tra quest’ultime rientrano la coltivazione del fondo, la silvicoltura, l’allevamento di animali e tutte le attività connesse. Secondo il suddetto articolo, per coltivazione del fondo, per selvicoltura e per allevamento di animali si intendono tutte le attività dirette alla cura ed allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere vegetale o animale, che utilizzano o possono utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o marine.

Per quanto riguarda invece le attività connesse, quest’ultime sono individuate in:

  • le attività dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione dei prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali;
  • la fornitura di beni o servizi utilizzando prevalentemente le attrezzature o risorse dell’azienda agricola;
  • l’agriturismo.

Al riguardo, l’articolo 36, comma 8, del D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, convertito dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221, ha modificato l’art. 2 del d.lgs. 29 marzo 2004, n. 99, precisando che non costituiscono distrazione dall’esercizio esclusivo delle attività agricole le attività commerciali, industriali, ipotecarie e immobiliari a patto che siano finalizzate a migliorare l’attività agricola. Per questo motivo, secondo la circolare 50/E 2010 dell’Agenzia Entrate la società che effettui attività di locazione, comodato e affitto di immobili per uso abitativo, oppure terreni e fabbricati a uso strumentale delle attività agricole, resta agricola se queste attività sono marginali, con entrata non superiori al 10% del ricavo complessivo.

IL SECONDO REQUISITO

Il legislatore ha previsto la possibilità, per tutte le società, di qualificarsi come società agricola. Risulta obbligatorio che questo sia messo in evidenza con l’obbligatoria indicazione nella ragione o denominazione sociale del termine “società agricola.

IL TERZO REQUISITO

L’ultimo requisito, di carattere sostanziale, si differenzia in base al modello societario prescelto.

A secondo che la scelta ricada tra il modello della società di persone o quello della società di capitali, vanno rispettati differenti disposti normativi. Vediamo le differenze.

Nelle società di persone almeno uno dei soci deve essere in possesso della qualifica di imprenditore agricolo professionale (IAP) o coltivatore diretto (CD). I rimanenti soci non devono essere necessariamente agricoltori, indipendentemente dal loro numero. Nel caso in cui si tratti di società in accomandita semplice (s.a.s.) va specificato che almeno un socio accomandatario deve essere qualificabile come imprenditore agricolo professionale.
Nelle società di capitali deve possedere il requisito dell’imprenditore agricolo professionale o del coltivatore diretto almeno un amministratore. Vista la possibilità che, nelle società di capitali, gli amministratori possano anche non essere soci, potremmo avere una società agricola in cui nessuno dei soci è un agricoltore. Anche nel caso in cui la società sia unipersonale, la presenza di almeno un amministratore con i suddetti requisiti, permette alla società di maturare la qualifica di società agricola e l’accesso alle agevolazioni connesse.

Passando alle società cooperative, in questa tipologia di società è richiesto che almeno un amministratore, che sia anche socio, abbia la qualifica di imprenditore agricolo professionale o coltivatore diretto.

Va specificato che, secondo l’art. 1 comma 3-bis, del d.lgs. 29 marzo 2004, n. 99 la qualifica di imprenditore agricolo professionale può essere apportata dall’amministratore a una sola società, per evitare quella che potrebbe essere la fittizia creazione di cariche amministrative al solo fine di ottenere le agevolazioni spettanti alle società agricole.

Per quanto riguarda invece il ruolo dell’amministratore al fine di maturare i requisiti richiesti alle società agricole, vale la pena soffermarsi sull’interpretazione che emerge dalla risposta fornita dall’Agenzia delle Entrate, Direzione Regionale dell’Emilia Romagna, all’interpello n. 909-216/2006, prot. 909-32505/2006 datata 20 luglio 2006. L’amministratore in possesso dei requisiti di IAP o CD, consente la qualificazione della società come “agricola” nelle sole società di capitali e cooperative. Al contrario, nelle società di persone, la qualifica di imprenditore agricolo professionale o coltivatore diretto deve essere presente in capo ad almeno uno dei soci. La differenza fondamentale quindi sta nel fatto che, nelle società di persone, il socio qualificato come IAP o CD, può non essere amministratore ma garantire comunque il requisito sostanziale alla società agricola.

Augurandoci di aver chiarito quali sono i requisiti che devono essere necessariamente rispettati dalle società per essere qualificate come agricole, si ribadisce come quest’ultimi risultino fondamentali per accedere a tutte le agevolazioni garantite al mondo agricolo, nel passato riservate agli imprenditori agricoli individuali.

Tea? No grazie. non siamo inglesi.

Stiamo preparando un incontro al circolo per Sabato 31 Maggio in cui ci confronteremo sulla questione.

FERMIAMO I NUOVI OGM (TEA) A PARMA ED OVUNQUE.

E’ dagli anni 80 che le grandi corporation portano avanti una campagna per la conquista di una posizione di monopolio nella produzione di cibo
a livello globale. ( L’esatto contrario della politica di ‘filiera corta’ che ogni persona ragionevole si auspica venga incentivata).
Questa operazione che talvolta assume i tratti del conflitto armato si
sviluppa su più livelli:

Il Land Grabbing (1), che vede l’usurpazione di grandi superfici nei
paesi del sud del mondo da parte di vecchie e nuove forze coloniali.
Non pensiamo che questa pratica non ci riguardi. Se in alcune parti del
mondo i terreni fertili e le foreste tropicali vengono convertiti in
colture industriali causando l’annientamento delle comunità e degli
ecosistemi locali questo si ripercuote anche sui nostri territori. In
parte con l’inevitabile afflusso di persone in cerca di un luogo in cui
vivere. Soprattutto per il ben più problematico arrivo di prodotti a
basso costo che impongono alle realtà locali condizioni di concorrenza
insostenibili.

La latifondizzazione (2) : processo di concentrazione dei capitali e
delle superfici agrarie mediante strumenti economico-finanziari, che
vede in tutto l’occidente le aziende familiari dover cedere il proprio
posto ed i propri beni a poche grandi aziende se non alle compagnie
multiazionali. (In Italia dimezzamento delle aziende in 20 anni, in
Europa la metà delle terre coltivate sono gestite dal 3% delle
aziende). In questo processo riveste un ruolo cruciale il sistema di
contributi in agricoltura e l’introduzione di processi high-tech e di
macchinari enormi che favoriscono le grandi aziende che coltivano
grandi superfici. Questi metodi inducono anche la necessità di
“standardizzare’ la produzione. Quindi cloni e monocultura.

La distruzione dei modi di vita tradizionali e la proletarizzazione di
enormi masse contadine: Quello cui assistiamo oggi in Asia, in America
Latina od in Africa con lo spopolamento delle zone rurali e
l’emigrazione di massa verso baraccopoli immense o nazioni
economicamente dominanti è la riproposizione in grande scala di quello
che hanno attraversato i nostri nonni nel corso del ‘900 quando
l’industria alla ricerca di manodopera ha saccheggiato di braccia e di
memoria i monti e le campagne, affamati da secoli di sfruttamento di
stampo feudale. Ogni alluvione ci ricorda il costo di aver etichettato
come ‘improduttivi’ ed abbandonato tutti i luoghi non adatti ad uno
sfruttamento intensivo e meccanizzato. Così come la spessa coltre
violacea che si stende come un mare guardando verso nord dall’appennino
tosco-emiliano è uno dei segni eloquenti dei costi dell’iper-sviluppo
finalizzato al profitto di lobbies finanziarie nazionali e straniere.
Respirare veleno è forse un segno di raziocinio e civiltà (3)? Da
essere persone quasi totalmente autosufficienti ed in grado di
interpretare ed agire nel (proprio) mondo in autonomia, siamo ridotti
ad una massa di soggetti infantilizzati totalmente incapaci di aver
cura di sé e dei propri cari. Con conoscenze così specializzate da
risultare scandalosamente inutili al di fuori di un contesto
professionale. Completamente dipendenti per il soddisfacimento di ogni
bisogno, compresi quelli essenziali, da un sistema di produzione
globalizzato che lascia tutte e tutti alla mercè delle fluttuazioni di
borsa e dei piani di poche, potentissime, spesso clinicamente
psicopatiche, persone. Il Boom economico si è sgonfiato da un pezzo e
noi ci ritroviamo con la guerra di nuovo alle porte, ma con un
territorio, una società, ed una cultura avvelenati da 70 anni di
spettacolo, ciminiere e diserbanti.

Le colture Geneticamente Modificate hanno un ruolo fondamentale in
questo processo di spoliazione di beni comuni, di libertà e di dignità.

Grazie al sistema dei brevetti aggravano la privatizzazione del cibo
fino a sancire la proprietà delle linee genetiche ed imporre i propri
prodotti al mercato. (4)

Sono di soia e mais GM le gigantesche monoculture che devastano regioni
immense (nell’ordine di decine di migliaia di ettari) di tutti i
continenti. Saranno OGM le monocolture italiane, secondo i piani del
CREA e delle lobbies biotech. Ad esempio quella della vite per la
produzione di prosecco e di spumante, quella del pomodoro da industria,
quella del kiwi e del melo o del nocciolo che stanno causando danni
gravissimi ai territori interessati. (5)(6)(7) Per tutte queste specie
(escluso al momento il nocciolo) sono state presentate richieste di
sperimentazione di varietà manipolate con tecniche NGT o TEA. Cui
aggiungere riso, frumento, basilico, melanzane, peri, pompelmi. Un
paniere completo di varietà vegetali ‘Made in laboratorio’.

E’ peculiare il caso di edivite: spin off dell’università di verona
protagonista della sperimentazione in pieno campo di viti geneticamente
modificate. In questa operazione emergono chiaramente due elementi:

Uno dei meccanismi classici con cui si privatizzano i profitti derivati
dalla ricerca pubblica: la creazione di start-up a capitale misto o
completamente privato che sviluppano e commercializzano prodotti
derivati dai risultati della ricerca ‘di base’. (8)

L’attivismo delle istituzioni universitarie nel promuovere campi di
ricerca più dispendiosi e più attrattivi per l’industria a discapito
dell’interesse comune (9); anche la retorica secondo cui il danno
ambientale sarebbe compensato dalla creazione di posti di lavoro e
dalla ridistribuzione della ricchezza è ampiamente smentita da tutti i
dati che hanno visto gli occupati in drastico calo ed i profitti in
continua ascesa. Gli elementi principali per la produzione di margini
di guadagno sempre più rivelanti stanno proprio nell’esternalizzazione
dei costi ambientali e sociali, di cui le aziende non si fanno carico e
nello sfruttamento dei lavoratori. Il nostro paese è tristemente noto
per le forme schiavistiche con cui si organizza il lavoro agricolo
attraverso la figura dei ‘caporali’ che reclutano per le aziende
interessate la manodopera a salari da fame di persone spesso rese
irregolari quindi ricattabili e senza nessuna tutela.

Sono GM i mangimi con cui si ingrassano animali (spesso GM pure loro)
nei lager chiamati allevamenti intensivi. Questi luoghi orrendi
costituiscono, oltre che uno scandalo etico, una eccezionale fonte di
inquinamento ed un inaccettabile serbatoio di super batteri. La
produzione industriale di carcasse è prima di tutto un allevamento
specializzato di batteri resistenti agli antibiotici e di possibili
zoonosi. Il caso dei batteri resistenti, generato dal tentativo
criminale di supplire con la chimica farmaceutica alle condizioni
oscene in cui vengono mantenuti gli animali, oltre ad essere un enorme
problema sanitario è una formidabile dimostrazione di come una politica
produttiva condotta in forma di ‘guerra alla natura’ è destinata a
fallire miserabilmente. I microorganismi si evolvono più velocemente
delle tecniche di laboratorio. Non arriveranno un supercomputer o nuove
tecniche genetiche a cambiare questo semplice fatto. Il passaggio dalla
chimica alla biotecnologia, di cui gli OGM sono uno degli aspetti
chiave, è solo la forma con cui l’industria guidata dalla tecnoscienza
vuol continuare a trarre profitti da territori e da vite già spremuti
al massimo delle possibilità attuali. L’inquinamento del genoma segue
quello già gravissimo di acqua (10), aria e suolo. Ed ovviamente dei
nostri stessi corpi (e del nostro senso critico).

Anche la biotecnologia ha già dato ampiamente prova dei suoi insuccessi
(11).

“La domanda di carne di maiale magra ha portato l’industria suina a
selezionare maiali che non solo soffrono di più di problemi agli arti e
al cuore, ma che sono più soggetti a irritabilità, paura, ansia e
stress. Gli animali troppo stressati preoccupano l’industria perché
l’animale stressato produce più acidi e la qualità della carne ne
risente. Quando il professor Lauren Christian della Iowa state
University annunciò nel 1995 di avere scoperto ‘il gene dello stress’
l’industria lo rimosse dal genoma pensando così di risolvere il
problema. Sfortunatamente i problemi con le carni sono aumentati e i
maiali hanno continuato ad essere così stressati che persino un
trattore che passi vicino ai capannoni in cui sono rinchiusi può
uccidere gli animali.

L’impostazione riduzionistica che descrive una relazione univoca tra
singoli geni e fenomeni complessi come lo ‘stress’ è ormai ampiamente
smentita (12). Questo non ha dissuaso l’industria e la scienza dalle
proprie mire di controllo.” (J.S. Foer, Se niente importa, perché
mangiamo gli animali? Guanda editore)

Altri esempi significativi del fallimento totale dell’ideologia
biotecnologica sono: il mais bt. prodotto aggiungendo tratti genetici
del bacillus thuringensis (un fungo utilizzato come pesticida in
agricoltura biologica). Il risultato è stato quello di rendere alcuni
insetti resistenti alle tossine del bacillus rendendolo oltretutto
inutilizzabile da chi ne faceva un uso corretto. Già 10 anni fa l’EPA
(Environmental Protection Agency) statunitense chiese di limitare l’uso
di mais GM e di intervenire con corrette pratiche agricole, prima su
tutte la rotazione delle colture, per tentare di limitare una invasione
di diabrotica resistente che distruggeva le colture. La stessa
coldiretti, oggi tra i principali sponsor delle TEA, denunciava il
sistematico aumento dell’uso di pesticidi là dove si era imposto l’uso
di varietà ingegnerizzate già nel 1999. Non è in nessun modo
sostenibile, infatti nessuno lo fa al di là degli slogan pubblicitari,
che le ‘nuove’ tecniche di editing genetico risolvano problemi come
quello della resistenza che i patogeni acquisiscono con impressionante
facilità.

Anche le erbe infestanti acquisiscono resistenza agli erbicidi così che
si genera una corsa sfrenata a produrre varietà sempre più modificate
per resistere a dosi sempre maggiori di veleni vecchi e nuovi.

Trenta anni fa ci furono grandi mobilitazioni. Gli sforzi generosi di
chi ha offerto tempo e passione, a rischio della propria sicurezza, per
questa causa, hanno fermato la produzione di OGM in Europa. Ma ecco che
al solito ciò che viene messo alla porta si ripresenta dalla finestra o
torna attrezzato per sfondare tutto ed entrare comunque. Così i TEA non
si presentano a caso accompagnati da una pressante campagna per la
diffusione di impianti nucleari contro cui si sono espressi ben 2
referendum. Impianti indispensabili (in aggiunta alle energie
finto-green che stanno assumendo grande importanza nel bilancio della
distruzione estrattivista in Italia) per la realizzazione
dell’industria 4.0 che vede anche il comparto agricolo ristrutturato a
suon di droni, sensori e centraline satellitari. Referendum rimasti
lettera morta anche per quel che riguarda la gestione pubblica
dell’acqua altra grande questione che riguarda tutte e tutti. Specie in
agricoltura.(13)

Crediamo opportuno che chiunque abbia a cuore l’ambiente e la propria
salute ed aspiri ad una società umana libera di evolversi sgravata
dall’oppressione parassita della finanza e del grande capitale debba
mobilitarsi oggi contro la folle corsa verso il disastro
ipertecnologico ed ultraliberista di cui l’introduzione generalizzata
di Organismi Geneticamente Modificati costituirà un importante
passaggio.

Conosciamo bene la frustrazione ed il senso di impotenza di chi
ostinatamente continua a battersi contro progetti transnazionali
sostenuti da interessi così potenti e spietati da non curarsi dei
disastri che causano né tantomeno delle legittime obiezioni di chi a
ciò si oppone.

Le difficoltà e lo sconforto non possono essere alibi per continuare ad
accettare che gli stati di cui siamo cittadini continuino il programma
di ‘valorizzazione’ del pianeta che ne sta comportando la crisi
ecologica ogni giorno di fronte ai nostri occhi.

Siamo noi occidentali che per primi dobbiamo essere disposti a cedere
una parte della nostra opulenza e del nostro privilegio per
riequilibrare la distribuzione delle risorse del pianeta terra verso i
gruppi umani che non vi hanno accesso e verso il non umano senza il
quale la nostra sopravvivenza non è possibile.

Non è più il tempo di fare le battaglie per il reddito, di rivendicare
una vita agiata per noialtri mentre assistiamo in diretta allo
sterminio del popolo palestinese. Di chiedere di essere inclusi nel
sistema che comporta la devastazione dell’ecosistema tutto. È tempo di
ripensare la nostra idea di benessere, la nostra idea di ricchezza.
Occorre smentire una volta per tutte la novella che narra di fonti di
energia che non costano nulla. Quando una macchina compie un lavoro
destinato ad un essere umano non è detto vi sia un risparmio di energia
ma al contrario spesso ne è richiesto un consumo enormemente maggiore.
Ciò è tanto più vero tanto più è complessa l’infrastruttura di cui
questa è componente. Fino al parossismo dell’agricoltura 4.0 con i suoi
sensori, le sue centraline, i suoi satelliti ed i suoi datacenter.
Quando coltiviamo cibo noi stiamo producendo energia. Il bilancio
energetico dell’agricoltura industriale è così mostruosamente
inefficiente che nessuno può seriamente affermare che sia
eco-sostenibile sfamare il mondo con i droni e gli OGM. Una quantità
sbalorditiva di gigawatt di energia vengono consumati ogni giorno
perché non ci sappiamo orientare nei luoghi che abitiamo e ci facciamo
trasportare dai navigatori. Perchè chiediamo al telefono ogni maledetta
informazione senza mandare a memoria un tubo. Fa fatica persino
ricordare. E faticare è brutto. Lo fanno i poveri. Si può faticare solo
in palestra dopo aver consumato una quantità di proteine che sfamerebbe
un villaggetto in Africa.

La sinistra progressista e borghese continua a spacciare l’utopia
mercantile di un mondo dove, sbarazzatisi di qualche cattivone
capitalista potremo finalmente stare in panciolle mentre una grande
fabbrica automatizzata produrrà ciò che è necessario alla vita di una
popolazione intenta nello svolgere i propri hobbies, fare sport,
viaggiare, gustare aperitivi. L’idea è che se in tutto il mondo si
potrà vivere in questo modo tutti saranno finalmente felici. Anche
ammesso che tutto il mondo voglia plasmarsi a immagine dell’occidente,
cosa totalmente falsa, residuo odioso dell’universalismo missionario e
coloniale, è noto e fuori discussione che non vi siano risorse
materiali per attuare questo disegno. È solo un mito creato dalla
necessità del capitale di estendere i propri mercati; la
giustificazione delle imprese coloniali impegnate via via
nell’esportare il vangelo, il progresso, la democrazia. Ed una
confortante scusa per godere del proprio privilegio senza odiosi sensi
di colpa. I proletari sanno che tutto questo non avverrà mai. Che il
potere e la ricchezza non verranno ridistribuiti spontaneamente da
coloro che cospirano costantemente per concentrarne nelle proprie mani
quote sempre maggiori Ed eleggono nazifascisti. Per essere almeno i
primi tra gli ultimi.

I proletari conoscono invece la fatica. La forza del proprio corpo che
lavora. Lavoro che può irrobustire o usurare o uccidere. Il lavoro di
una persona libera, lo sfruttamento di chi sta sotto il giogo del
padrone, dello stato, del sistema industriale.

I proletari conoscono la violenza. Quella che subiscono ogni giorno col
ricatto del salario o dell’indigenza. La violenza di dover obbedire col
rischio di poter rimanere senza casa, senza risorse, senza sostegni. I
poveri conoscono la violenza di poter essere venduti e comprati, usati,
trasportati, rinchiusi, seviziati.

Il sistema di produzione e consumo in cui ci siamo ritrovati incastrati
si alimenta crudelmente e senza sosta di ogni forma di vita e di
energia.

Affinchè un reale cambiamento del contesto globale avvenga dobbiamo
essere i primi ad essere disposti a cambiare realmente le nostre vite.
Rifiutarsi di proseguire sulla strada della guerra totale per il
controllo di risorse sempre più rare.

Ciò significa fare delle rinunce. Al molto di superfluo di cui ci
circondiamo. Soprattutto rinunciare al conforto morale di un comodo
attivismo dopolavoriale. Se la rivoluzione non è un pranzo di gala,
l’insurrezione non è una sfilata variopinta e l’ecologia non è il
capitalismo del silicio e del litio. Nè può limitarsi alla coltivazione
di verdure biologiche. In un momento in cui le possibilità
dell’opposizione legale sono confinate ad un sommesso borbottare per il
realizzarsi dei programmi spudorati del potere è necessario fare un
discorso serio sulle modalità, le forme, gli strumenti con cui
affrontare le nostre mobilitazioni. Con cui esercitiamo la nostra
azione politica. Le basi su cui impostare la discussione dovranno
essere i nostri desideri, le nostre possibilità e le nostre attitudini
etiche, pratiche. Il codice penale dovrà essere considerato un rischio
da tenere in considerazione. Mai un fondamento morale cui riferirsi. Al
di là dei limiti delle democrazie in sé, l’attuale assetto statale ha
perso gran parte delle caratteristiche di una democrazia liberale. E’
bene che coloro che intendono realmente opporsi ai disegni che vanno
delineandosi affrontino una riflessione che prenda atto dello stato
delle cose.

Le comode vie della protesta simbolica e dello sdegno un po’ ipocrita
hanno perso ogni credibilità. Non hanno nessuna forza. Il modello del
contropotere ha preso così tante batoste che può essere promosso solo
da chi ignora completamente la nostra storia nazionale degli ultimi 50
anni (Genova 2001 compresa). Da chi fa finta che le sollevazioni
popolari del mediterraneo arabo non siano state soppresse da feroci
regimi militari. Oppure da chi utilizza il movimento come leva per
acquisire posizioni personali.

Non possiamo più delegare la fatica del vivere. Non dobbiamo più
delegare l’organizzazione delle comunità umane al sistema della finanza
globalizzata o agli stati nazionali. Non vogliamo più delegare le
azioni necessarie a ridimensionare le pretese di un gruppo dirigente
sempre più esclusivo e strafottente.

Iniziamo qui e ora a riprenderci la terra, a riappropriarci del nostro
tempo, del nostro lavoro, delle nostre intelligenze. Celebriamo La Vita
che nonostante tutto sorge continuamente. Celebriamo le vite
innumerevoli nella loro diversità.

Abbandoniamo le strade battute della concertazione e del compromesso.
Quantomeno non limitiamoci a quelle.

Mostriamoci disponibili a mettere in discussione la nostra tranquillità
e la nostra sicurezza perché ne possano avere un po’ coloro che non ne
hanno per niente. Non chiediamo giustizia. Pratichiamola!

Smettiamo di lamentarci ed impariamo a mettere in discussione per
davvero da un punto di vista pratico, strategico, logistico lo status
quo che ci raccontano immutabile.

Per quanto tempo ancora ci sottrarremo alle nostre responsabilità?

(1) I padroni della terra: rapporto sull’accaparramento della terra
2022, FOCSIV (2) Liberare la terra dalle macchine, manifesto per
in’autonomia contadina e alimentare; Atelier Paysan; Libreria Editrice
Fiorentina (3) Rapporto qualità aria ARPAE 2023 (4) Perchè fermare i
nuovi OGM; S.Mori, F.Paniè; TerraNuova
(5) https://www.marciastoppesticidi.it/index.php?option=com_tags&view=tag&id[0]=66&Itemid=1579&lang=it (6) M.Ciervo Il pomodoro da industria in Italia;
(7) https://it.ejatlas.org/conflict/noccioleti-a-viterbo
(8) http://www.lab-ip.net/le-imprese-spin-off-della-ricerca-pubblica/
(9) https://ilsalvagente.it/2021/04/23/119219/ ; https://serenoregis.org/2019/09/20/ecco-come-il-pentagono-condiziona-e-finanzia-la-ricerca-scientifica-in-italia-antonio-mazzeo/ ; https://home.ba.infn.it/~nicotri/sito-nardulli/HIGHTECH.html
(10) note sull’inquinamento da pesticidi in Italia; ISPRA rapporto
nazionale pesticidi nelle acque
(11) https://fr.boell.org/it/2023/03/09/ingegneria-genetica-colture-ogm-piu-pesticidi (12) Su genetica ed epigenetica si veda il blog Nuova Biologia della Drsa Daniela Conti
(13) S.Albertazzi, Agricoltura industriale e acqua nella pianura
piacentina.

Riflessioni sull’incontro di NaPaDeMa 2025, svoltosi in Puglia ad Urupia

Sarebbe interessante abbozzare delle riflessioni sulla tre giorni. Provo a dare un piccolo contributo sperando che possa uscirne fuori un dialogo.

Per la prima volta dopo tanti anni sono tornato a parlare apertamente di quello che mi sta a cuore e il non trovarmi di fronte a un muro mi ha riempito di gioia. Se da un lato l’essere in un luogo – Urupia – che fa dell’autogestione il proprio pane & tarallo quotidiano ha reso il tutto piu’ semplice, un altro elemento fondamentale che ha contribuito alla riuscita della comunicazione e’ stato l’atteggiamento di curiosita’ e disposizione all’ascolto che, di questi tempi, sono grasso che lubrifica quel meccanismo poco oliato dell’organizzazione.

A volte ci ritraiamo dall’utilizzare parole per via del significato che hanno preso, quella “risemantizzazione” ad opera del sistema di pensiero dominante che oggi viene chiamata cancel culture, un esercizio continuo di sovrascrittura che procede, a ritroso, nel tempo. E’ palese che sia quantomeno necessario dare uno stop a questo delirio portato avanti da esperti di comunicazione e mass merda, pena l’incomprensione e l’incomunicabilita’ totale.

E per ripartire verso un nuovo orizzonte la prima parola da abolire, che nella nostra lingua non dovra’ avere piu’ spazio ne’ importanza, e’ certamente quel sinonimo internazionale di sofferenza & travaglio che va sotto il nome di lavoro.

Questo era in estrema sintesi il succo del mio intervento ad urupia, ovvero il tentativo di ridefinire un terreno su cui poter operare senza incappare nei lacci della riproduzione dell’esistente, il tutto mediante gli strumenti legali che ‘o sistema nudo e crudo mette a disposizione di chi non sia sprovvisto di volonta’, magari mista ad un pizzico di spregiudicatezza che non guasta mai.

Smascherare il ruolo contenitivo del paraStato e della burocrazia ci porta in ultima istanza a scoprire di essere noi, per noi stessi, i primi agenti della sudditanza (quel “nemico interno” piu’ forte della nostra volonta’) : le pratiche che codificano la norma sociale che vengono attribuite allo Stato e alla legge sono da ascrivere letteralmente a sindacati, patronati, e disciplinatori della normalizzazione extra-legale, al fine di poter individuare gli agenti attivi nella pratica infausta della sottomissione volontaria.

La Burocrazia rappresenta il potere extra-statale ed extra-legale dell’ufficio.

In estrema sintesi, l’aderire alla consuetudine extra-legale e’ il risultato di decenni di rincoglionimento, quello si’, progressivo, ad opera dei sostenitori della necessita’ del lavoro salariato e della conseguente proletarizzazione dell’esistente… da una lettura mal compresa di marx fatta propria dai falsi critici dell’esistente.

Si e’ parlato di Gentrificazione e vorrei fare una piccola digressione sulle gerarchie sociali.

Gentry in inglese indica l’aristocrazia, la classe alta, la piccola nobilta’. Quel qualcosa a cui tenderebbe una parte borghese, nella dinamica di classe piu’ terra terra che la storiografia possa mai partorire. C’e’ poi l’Imborghesimento, l’assumere posture borghesi da parte di chi borghese non e’; e poi esiste anche quell’aspirazione dileggiata come “piccolo borghese” che vede nell’emancipazione dal ruolo di classe subordinata il ricalcare le orme della classe immediatamente superiore in questa supposta gerarchia. Tutto questo beninteso se vogliamo prendere per buona la classificazione-metodologia di analisi storica che ci ha dato il marxismo.

Abbiamo poi la distruzione della classe media, e una sotto-proletarizzazione che avanza a grandi passi rendendo il disastro ogni giorno che passa piu’ evidente e prossimo. La guerra tra poveri dilaga in una reazione a catena micidiale. Gli operai, un tempo visti come membri della classe eletta a demiurgo della rivoluzione sociale, votano lega o meloni ed e’ gia’ dagli anni ‘70 che gli hanno appioppato la nozione di “aristocrazia operaia” che peraltro si tengono ben stretta. I colletti bianchi del cosiddetto terziario avanzato sono invece spremuti come dei limoni e non possono neanche immaginare di uscire dal ruolo in cui sono relegati, quello della produzione immateriale, limitandosi a tirare a campare con stipendi da fame; gli immigrati, sottoproletari, riforniscono di derrate alimentari le grosse catene di distribuzione e la produzione di cibo a basso costo per i proletari difficilmente potrebbe dare salari dignitosi neanche nel migliore dei mondi possibili.

Chi timbra quotidianamente il cartellino della propria sottomissione e’ insomma ben consapevole del proprio essere sfruttato. Ma tutto questo, piu’ che generare coscienza di classe, genera risentimento verso chi non ha accettato quel marchio della bestia chiamato contratto di lavoro, i famosi “lavoratori autonomi”, che vengono invariabilmente inquadrati dai burokrati come privilegiati, sfruttatori, furbetti o “evasori fiscali”, per poi gridare allo scandalo quando e’ l’istat stesso a ridimensionare il concetto di evasione fiscale da parte degli stessi e ad attribuirlo, piuttosto, a multinazionali e grande industria come recentemente accaduto.

E’ qui che entra in gioco la nostra scommessa. Mostrare che gli unici privilegi reali che permettono di ribaltare lo stato di cose presenti ce li portiamo dentro la testa e sono il frutto del ragionamento, dell’abitudine a non delegare e – soprattutto – a non obbedire ad quel ricatto extra-legale introdotto a norma sociale.

Traendo spunto dagli Area, se “L’Estetica del Lavoro e’ lo spettacolo della merce umana” come avevano brillantemente esplicitato, non abbiamo evidentemente piu’ bisogno di un tale feticcio. Forse arrivati a 500 anni dal “trattato sulla servitu’ volontaria” de La Boetie’ e’ giunto il tempo.

Prima assemblea 2025 dei soci

Le iniziative proposte all’assemblea sono visibili QUI

 

Questo venerdi 31 Gennaio 2025 alle 18 si terra’ la prima assemblea 2025 dei soci del circolo. Ordine del giorno:

Tesseramento: decisione assembleare della quota associativa per il 2025

Lavori interni

Utilizzo degli spazi interni / esterni

Iniziative in programma, calendarizzazione

Varie ed eventuali

 

Giugno letterario

Giugno letterario al circolo Matteotti

Le presentazioni inizieranno sempre alle 17:00 (cena a buffet a seguire)

 

Venerdi 14 Giugno, Bandierine gialloblu sulla tomba di Nestor Machno? Nazionalismo, anarchismo e altre idee più o meno confuse sulla Rivoluzione russa. Con Giuseppe Aiello

Domenica 16 Giugno, Un Futuro senza avvenire, edizioni Nautilus (link per l’acquisto), con Matteo della Nave dei folli

Sabato 22 Giugno, Lenin e l’Antirivoluzione Russa, con Roberto Massari (link per l’acquisto)

Racconti della resistenza, Ezio Vallerio

Domenica 21 Aprile, Circolo Matteotti, intervento di Ezio Vallerio Formato solo audio per connessioni leggere (tipicamente liguri), e “Partigiani chiamati ribelli” di un giovane sestrino resistente.

Cenni su Bisagno. Dalle conseguenze (disastrose) della pianificazione anglo-americana per i partigiani del tigullio che ha portato agli eccidi piu’ turpi, sant’anna di stazzema, fatti da tedeschi e fascisti per “prepararsi la fuga” in vista del paventato intervento militare degli alleati, al revisionismo sulla figura di Bisagno “Bisagno lo vogliono presentare come uno che mangiava particole (in chiesa) ma questi non conoscono la storia”

sul “Codice Cichero”

Video .mp4

 

Partigiani chiamati ribelli